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Ernesto
Petrucci Il '48 e la questione ferroviaria nello Stato pontificio. Saggio storico bibliografico
La questione ferroviaria e il '48 nello Stato pontificio
Tra il 1845 e il 1849, in quel breve periodo
durante il quale si consumò l'ultima, definitiva, crisi del
potere temporale della Chiesa in Europa[11],
si scrisse molto a proposito di ferrovie e, nello Stato pontificio,
si scrisse ancora di più che altrove. Un fatto che non è
privo di significati. All'impossibilità di propugnare apertamente
programmi di rinnovamento economico e politico, alla negazione del
valore della scienza e della tecnica quali portatrici di progresso
morale e civile per la società, le classi intellettuali,
i cittadini più avveduti, i funzionari più colti reagivano
indirizzando i propri aneliti al cambiamento e alla modernizzazione verso la elaborazione di
proposte pratiche e di progetti tecnico-economici attorno alla ferrovia.
Favorire il movimento delle persone e delle merci
da una provincia all'altra dello Stato, mobilizzando risparmi e
capitali privati e pubblici, appariva a molti come l'unico sistema
per forzare, senza pericolosi contrasti, i limiti angusti di una
realtà politico amministrativa conservatrice e sospettosa.
Quegli ingenui estensori di petizioni, quei giovani
ingegneri e ufficiali di marina che, al ritorno da un viaggio all'estero,
presentavano il progetto per la realizzazione di una ferrovia o
per la costruzione di una nave a vapore, erano certamente ignari
del rivolgimento che stava per nascere e sicuramente ignoravano
la malizia della storia che decide, a volte, di trasformare i cerchi
nell'acqua in una vera e propria tempesta[12].
Essi si rivolgevano, speranzosi, verso organi di governo e autorità
rispetto alle quali non nutrivano alcun furore rivoluzionario, nell'intento
di contribuire a riformare, grazie alle proprie competenze e al
proprio impegno, la vita economica e produttiva delle provincie
in cui erano nati[13].
Tutt'al più qualcuno tra i più liberali pensava a
qualche giunta consultiva di governo, a qualche consiglio per gli
affari economici che liberasse il sovrano dalle incombenze più
tecniche e specialistiche e favorisse l'impresa privata.
Ma tutto questo che c'entra con una Bibliografia
sulla storia delle ferrovie pontificie? Sarebbe arduo sostenere
un legame diretto, di causa-effetto, tra questo tema e la vicenda
del triennio 1847-1849. Eppure se vogliamo dare un senso a questo
insieme di materiali scritti che si viene accumulando in quegli
anni sull'argomento, ci dobbiamo necessariamente collocare di nuovo
nel grande fiume della storia che mai come per questo periodo ci
propone legami e sentieri di lettura paralleli con la storia locale[14].
I confini nazionali si fanno, insomma, sempre
più stretti per questi uomini e qualcuno comincia a guardare,
con sempre maggiore interesse, a una lega doganale che avrebbe potuto
unire, se pure unicamente dal punto di vista dei dazi, tutte le
realtà statali italiane, come nel caso dello Zollverein tedesco[15].
Quelle che erano nate come iniziative locali,
cariche di ingenue speranze e di bonari propositi, si incontrarono
con l'accelerazione politica proveniente dall'Europa. La morte di
Gregorio XVI e l'ascesa al soglio pontificio di Pio IX fecero il
resto. Nel clima di speranza e di apertura che si diffuse attorno
al romagnolo Mastai-Ferretti, prese corpo l'idea che ora sarebbe
stato possibile costruire una Lega degli Stati italiani con a capo
lo stesso Pontefice[16].
Fu Vincenzo Gioberti che mobilitò attorno a questa idea il
moderatismo liberale italiano: la missione della Chiesa e la rinascita
nazionale italiana venivano affiancate in un progetto che poneva
lo Stato pontificio al centro degli interessi politici generali.
La lega proposta dal Gioberti prevedeva, inoltre, una graduale e
pacifica evoluzione degli apparati amministrativi statali verso
forme consultive attraverso un accordo generale tra i sovrani[17].
Nel dibattito che si accese tra i moderati italiani si affermò
la questione dei collegamenti tra le città italiane quale
base per lo sviluppo dei traffici e per l'unificazione delle economie
locali (sostenuta dalla costituzione di una lega doganale tra gli
stati).
Lo Stato pontificio, dopo il lungo isolamento
conseguente alle politiche repressive e oscurantiste adottate in
occasione dei moti del '21 e del '30 e dopo i lunghi, oppressivi
anni del pontificato gregoriano, tornava a essere al centro delle
attenzioni dell'opinione pubblica riformatrice italiana. Oltre che
il suo peso morale nei confronti del cattolicesimo italiano ed europeo
e i suoi legami con l'Austria, che ne facevano il tassello ineludibile
della “questione italiana”, la sua posizione geografica
contribuiva a esaltarne la funzione di cerniera per una effettiva
unione di interessi e di traffici che coinvolgesse il Nord con il
Sud del paese.
La rinascita di una economia nazionale era vista
sostanzialmente connessa con la posizione dell'Italia nel Mediterraneo.
Bisognava sfruttare tale posizione per accrescere il movimento di
importazione, di transito ed esportazione delle merci (ostacolato
dal frazionamento politico italiano) e per creare un mercato alle
città portuali collegandole tra di loro. Lega doganale e
liberismo economico si coniugavano naturalmente con la necessità
di facilitare al massimo il movimento delle merci e degli uomini.
La “questione ferroviaria” si affermò proprio in
questo quadro di rinnovato interesse per le comunicazioni assumendo,
per la peculiarità del caso italiano, una inusuale valenza
politica[18].
Di grande interesse, da questo punto di vista,
sono due libri che escono nel biennio 1845-1846 per mano di due
illustri esponenti del riformismo moderato piemontese: Delle
strade ferrate in Italia di Carlo Ilarione Petitti di
Roreto e Degli ultimi casi di Romagna di Massimo D'Azeglio.
Si tratta di due scritti molto diversi tra di loro ma che pongono
al loro centro, in tutti e due i casi, la questione dell'ammodernamento
dello Stato pontificio quale presupposto fondamentale per qualsiasi
ipotesi moderata di graduale unificazione degli Stati italiani.
La ferrovia diviene uno degli elementi principali di questo percorso
di riforma che deve tendere principalmente a liberare i traffici
e i commerci e a unificare quindi gli interessi, e conseguentemente
le vedute politiche, delle classi dirigenti urbane e agrarie italiane.
Il crescente peso dell'opinione pubblica, che
si esprimeva in una prima diffusione di gazzette e giornali economici,
diveniva la leva per muovere l'interesse dei governi, alle prese
con il problema storico di trovare sostegno e consenso politico
da parte delle borghesie locali e delle classi imprenditoriali (ormai
poco inclini a giustificare vecchi armamentari polizieschi e a frenare
i propri interessi economici sugli altari del legittimismo e della
continuità con istituzioni giuridiche che affondavano le
radici in un lontano passato feudale)[19].
La eco di questi scritti nelle provincie dello
Stato pontificio non dovette essere trascurabile anche perché,
soprattutto il Petitti, avanzava proposte concrete di opere da realizzare
che coinvolgevano direttamente le città dello Stato. Il Petitti
propugnava apertamente la realizzazione di un collegamento ferroviario
da Bologna ad Ancona quale naturale prolungamento di una relazione
che, attraverso Piacenza, sarebbe arrivata sino a Torino. Egli,
inoltre, prospettava alcune ramificazioni di tale asse ferroviario
che avrebbero coinvolto la Toscana, Roma e, addirittura, il Mezzogiorno
del paese[20].
La stampa e la diffusione del libro del Petitti
coinciderà con l'avvio, nelle provincie dello Stato pontificio
coinvolte dalle sue proposte, di una singolare mobilitazione a favore
della ferrovia. Si produrranno così molte proposte integrative
e aggiuntive corredate, in qualche caso, da progetti tecnici e finanziari.
Molte città e centri minori non vollero rinunciare a quella
che si presentava come l'occasione storica per uscire dall'isolamento
e per agganciarsi a uno sviluppo tecnologico che prometteva di avere
grosse influenze anche sulle economie delle zone investite.
Il fervore ferroviario, come avevamo già
avuto modo di accennare, si diffuse particolarmente in quella fascia
geografica che, attorno ai confini della Toscana, comprendeva la
provincia bolognese, la Romagna (le Legazioni), la Marca, l'Umbria
e le città di Bologna, Ancona, Perugia, Città di Castello,
Foligno, Fabriano, Forlì, Cesena. Il cuore urbano dello Stato
si mobilitava con iniziative e comitati promotori che propugnavano
i vantaggi per le rispettive economie cittadine derivanti dalla
realizzazione di collegamenti ferroviari con la capitale dello Stato
e con i maggiori porti del paese[21].
Da questa mobilitazione trae origine la produzione
editoriale che abbiamo voluto raccogliere in questo lavoro bibliografico
ed è questo clima particolare, questo rinascere di aspirazioni
e di entusiasmi attorno a un aspetto, se pur limitato, della questione
nazionale italiana, che abbiamo tentato di testimoniare.
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