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Ernesto
Petrucci Il '48 e la questione ferroviaria nello Stato pontificio. Saggio storico bibliografico
1846-1847: un biennio di “entusiasmi ferroviari” alla vigilia della rivoluzione
La storia dei progetti e delle realizzazioni
ferroviarie nello Stato pontificio si rivela così caratterizzata
da due periodi nettamente distinti per qualità e quantità
dei materiali bibliografici reperibili. A un primo periodo tumultuoso
e particolarmente ricco di proposte, studi e memorie provenienti
da tutte le provincie dello Stato, segue un ventennio, quello che
separa il ritorno del Papa a Roma (dopo la fuga a Gaeta) dalla presa
di Porta Pia, durante il quale la produzione di opere su questo
tema diviene sporadica, rarefacendosi definitivamente nell'ultimo
decennio di vita del potere temporale.
Un dato che, se raffrontato con quanto avviene
contemporaneamente in Italia e nel resto d'Europa, è rivelatore
di un andamento in controtendenza della vicenda ferroviaria negli
Stati romani. Infatti, salvo i momentanei arresti dovuti allo svolgersi
tumultuoso delle varie vicende politiche nazionali, la questione
ferroviaria, un po' ovunque, mantiene una forte attrattiva per l'opinione
pubblica e si caratterizza, contrariamente a quanto avverrà
nello Stato pontificio, per un crescendo di iniziative materiali.
Quali sono le ragioni di questa diversità?
Quale lettura si può azzardare di uno squilibrio così
acuto tra questi due periodi? E infine, è possibile stabilire
qualche connessione tra l'esplodere della questione ferroviaria
nello Stato ecclesiastico e le vicende rivoluzionarie che lo travolsero
nel biennio 1848-49?
Cominciamo subito col dire che quel fiorire improvviso
di iniziative pubblicistiche a sfondo ferroviario, così apertamente
consonante con la vicenda politica più generale, si offre
senz'altro a una lettura carica di valenze storiche e di legami
con la storia nazionale e risorgimentale, se pur vista sotto un
aspetto diverso e inusuale. Quella produzione di scritti fu uno
dei molti segnali, provenienti dalla società civile, dell'irrompere
di aspirazioni al cambiamento e alla modernizzazione che ormai si
manifestavano apertamente anche all'interno dei confini pontifici.
La ferrovia, con la sua evidenza fisica di mezzo
che unisce e, nel contempo, crea aperture e legami con l'esterno,
acquisiva in quel momento una forte carica simbolica: su quei treni
tanto vagheggiati viaggiavano anche le speranze di ricreare una
unità non solo materiale ma anche ideale con le altre provincie
italiane: unire i mercati per competere liberamente nei traffici
tra il Mediterraneo e l'Europa ritrovando le radici di una antica
missione dell'Italia; una immagine certo retorica e profondamente
segnata da reminiscenze classicistiche ma che funzionava piuttosto
bene come richiamo per aspirazioni, che di lì a poco, avrebbero
trovato accenti ed esiti ben più radicali.
Come il reagente di una soluzione chimica la
ferrovia, durante quegli anni, unì e canalizzò interessi
economici e aneliti di progresso, utopie di modernizzazione e spinte
municipali, interessi finanziari e ambizioni intellettuali. Un complesso
piuttosto eterogeneo di forze disperse che si ritrovarono su un
terreno comune e, guarda caso, in perfetta sincronia con movimenti
analoghi che nascevano nel resto del territorio italiano.
Si è accennato a un dibattito e a una
iniziativa che ebbero caratteristiche locali, pur avendo come interlocutore
finale l'autorità centrale. Questa dimensione provinciale
è l'elemento di maggiore interesse dal punto di vista storiografico.
Attraverso queste pubblicazioni è infatti possibile far emergere
un complesso di interessi e di spinte che provengono da ambienti
urbani circoscritti che, se da un lato appaiono lontani dal centro
del potere romano, dall'altro si mostrano assai consapevoli delle
proprie ragioni e delle relazioni che la ferrovia instaura con le
politiche di altri centri urbani e di altre provincie dello Stato[8].
Nella bibliografia che ho raccolto e che viene
presentata alla fine di queste note, avranno un grande rilievo le
voci che provengono dalla componente più urbana dello Stato,
quell'area centro-settentrionale che comprende le città di
Bologna, Perugia, Ancona, Foligno, dove più forte sembra
la spinta a collegarsi, attraverso la ferrovia, con il resto del
paese e dove, nello stesso tempo, si esprime la volontà di
aprire questa rete locale ad altre importanti realtà cittadine
dell'Italia settentrionale.
Se a costituirsi attorno alle prime iniziative
societarie e finanziarie sono in primo luogo gli interessi dell'aristocrazia
e della grande proprietà fondiaria[9],
a scendere in campo nella polemica e nel dibattito attorno alle
proposte ferroviarie saranno quasi sempre gli esponenti dei ceti
intellettuali cittadini: professori, ingegneri, avvocati, rappresentanti
delle associazioni di commercio e delle professioni, in una parola
la componente sociale più avanzata e dinamica che all'epoca
potevano esprimere queste provincie dello Stato[10].
Abbiamo parlato di un complesso di motivazioni
non solo materiali che contribuirono a dare alimento e sostegno
a questa mobilitazione delle élites cittadine. Certo molti
di quelli che parteciparono alla stesura di queste proposte furono
spinti dall'attrazione esercitata da una novità tecnologica
che altrove stava generando tanti entusiasmi e speranze e, inoltre,
un ruolo era giocato sicuramente dalla curiosità sollevata
presso l'opinione pubblica che determinava correnti di consenso
e attenzione (quello che oggi chiameremmo il “pubblico”,
la “audience”). Ma, al di là di questi elementi
(la cui presenza connoterà genericamente molte fasi dell'evoluzione
tecnologica ottocentesca) ritengo che in quel momento particolare
della vicenda politica e sociale italiana giocò un ruolo
primario, nell'agitare le acque attorno alla questione ferroviaria,
un elemento simbolico e ideale ben più forte: l'unione, anche
solo commerciale, del Nord Italia con gli Stati Romani passava attraverso
il collegamento fisico di città e luoghi carichi di echi
storici e patriottici (Roma, Firenze, Bologna, il Po'): un complesso
di richiami ideali dalla forte carica simbolica che ormai, anche
all'interno delle città pontificie, avevano penetrato diffusamente
la mentalità di ampi strati intellettuali cittadini orientandoli
in senso decisamente nazionale-unitario. Un chiaro segnale di mutamenti
profondi intervenuti nella realtà sociale e politica della
periferia dello Stato.
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