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Ernesto Petrucci
Il '48 e la questione ferroviaria nello Stato pontificio. Saggio storico bibliografico

Le strade ferrate nello Stato pontificio: grandi progetti e poche realizzazioni

Questo clima di generale ripresa dell'interesse, in ampi strati della società, verso le riforme politiche e verso l'apertura a forme di moderato liberalismo investì alla fine anche lo Stato pontificio e furono proprio le ferrovie l'argomento attorno al quale si catalizzò l'interesse dell'opinione pubblica cittadina. Diverse proposte per la costruzione di strade ferrate furono portate davanti al Pontefice Gregorio XVI che però si dimostrò sostanzialmente ostile verso queste iniziative modernizzatrici, confermando l'atteggiamento di chiusura e di isolamento dello Stato ecclesiastico[2].

La questione ferroviaria visse una stagione di grande attenzione dopo l'ascesa al soglio pontificio di Pio IX[3], in particolare nel corso del primo biennio del nuovo pontificato; ma gli esiti drammatici delle vicende romane durante il 1849[4] diedero un colpo anche alle speranze dei modernizzatori più moderati che vedevano nella strada ferrata un mezzo indolore per aprire la vita economica e commerciale delle provincie pontificie. La successiva storia delle realizzazioni ferroviarie in questi territori si svolgerà in una situazione politica radicalmente cambiata rispetto al triennio 1846-1848 e risentirà di un clima politico e amministrativo sempre meno favorevole all'introduzione di mutamenti nella vita economica e produttiva dello Stato. Al timore delle novità provenienti dall'esterno e alla scarsa fiducia, nutrita di sospetto, verso i principi del liberismo, si unirono gli effetti negativi di una frattura, ormai insanabile, apertasi con i settori più avanzati delle borghesie provinciali, mortificate nelle loro aspirazioni di progresso economico da una politica caratterizzata dal disinteresse per le esigenze dell'impresa e del commercio[5].

Bisognerà attendere il 1856 per vedere il primo convoglio percorre una strada ferrata (di modesta lunghezza) tra Roma e Frascati. Una linea che, per altro, nasceva senza alcuna particolare motivazione di carattere economico e che fu aperta all'insegna della “scampagnata” con l'accompagnamento di velenose pasquinate e di ironici commenti della stampa piemontese[6].

Gli anni successivi non mutarono sostanzialmente questo scenario tant'è che, alla fine della sua storia, lo Stato pontificio conterà due soli collegamenti ferroviari in esercizio: uno con il porto di Civitavecchia (con un percorso che si snodava in un territorio sostanzialmente deserto e malarico e che aveva l'unico scopo di servire gli acquartieramenti francesi) e l'altro, verso il sud, limitato alla cittadina ciociara di Ceprano. Un risultato tutt'altro che entusiasmante se si pensa a quanto, nel frattempo, avevano realizzato gli altri Stati italiani[7].

Figura 2: Stati Pontifici, linee aperte sino a tutto il 1861.
(Ingrandimento)


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