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Ernesto Petrucci
Il '48 e la questione ferroviaria nello Stato pontificio. Saggio storico bibliografico

Introduzione

Questo lavoro nasce da una primitiva ricerca, svolta con fini eminentemente bibliografici, sulla produzione editoriale che accompagnò il sorgere della “questione ferroviaria” nello Stato pontificio. Nel corso della raccolta delle informazioni e dello spoglio dei materiali, le connessioni e i legami con la storia italiana del quinquennio 1845-1849 si rivelavano molto più vivi di quanto non fosse lecito immaginare considerando la natura specialistica delle pubblicazioni esaminate. Attraverso questa piccola finestra aperta su una vicenda tutto sommato secondaria e su un mondo provinciale sino ad allora scarsamente propenso alle novità, si scorgevano relazioni e consonanze ideali inaspettate con molti motivi che di lì a poco avrebbero scosso la scena politica e sociale europea e italiana. Il '48 con le sue ansie modernizzatrici e borghesi affiorava con forza da questa improvvisa e disordinata produzione di scritti sul tema ferroviario.

Questo è stato lo spunto che mi ha sollecitato ad approfondire l'analisi del materiale valicando i limiti del puro esercizio bibliografico in una direzione più marcatamente storiografica.

Quando nel 1844 prende avvio il dibattito sulle strade ferrate lo Stato pontificio appariva tutt'altro che immerso in una vigilia rivoluzionaria; al contrario le politiche seguite dagli ultimi pontefici ne avevano accentuato la posizione di baluardo del tradizionalismo e della fedeltà ai principi dell'antico regime. Il governo e l'amministrazione dello Stato si trovavano sotto il saldo controllo del clero e un clima di chiuso paternalismo si opponeva a qualsiasi forma, anche tiepida, di laicizzazione del potere (sia a livello centrale che locale). Scarsa eco ricevevano, inoltre, le novità provenienti dall'Europa dove crescevano i movimenti di opinione che chiedevano una maggiore partecipazione dei cittadini ai governi nazionali e una limitazione, anche graduale, del potere assoluto dei sovrani.

Dopo le esplosioni rivoluzionarie del 1820-21 e del 1830, infatti, l'unità delle nazioni europee attorno alle linee restauratrici e legittimistiche affermatesi con il Congresso di Vienna del 1814 si era fortemente indebolita e il cosiddetto “equilibrio della Restaurazione” era ormai un ricordo. Sullo scenario europeo si manifestava apertamente la divaricazione tra nazioni che avevano scelto la via parlamentare, e nelle quali si aprivano spazi politici sempre più ampi per l'ascesa al potere delle borghesie finanziarie e industriali, e Stati che, al contrario, confermavano scelte di assolutismo monarchico e di autocrazia.

Il decennio che precedette l'esplosione rivoluzionaria quarantottesca vide, anche nell'Italia settentrionale, una ripresa di vasti movimenti di opinione che, in chiave moderata, chiedevano riforme economiche e amministrative degli apparati statali in accordo con i sovrani. L'interesse economico delle borghesie, sull'esempio dell'Inghilterra della Rivoluzione industriale, spingeva verso forme più avanzate di liberismo e di modernizzazione delle strutture dello Stato.

La “questione ferroviaria” divenne uno dei principali argomenti agitati dai fautori di maggiori libertà nell'economia e nell'impresa. Quanto stava avvenendo in Inghilterra e in Francia, con la costituzione di società private che rastrellavano ingenti capitali da destinare alla costruzione delle linee ferroviarie, fu l'esempio che mobilitò, anche in Italia, gruppi di interesse e movimenti di opinione attorno ad analoghe iniziative. Dagli anni '40 dell'Ottocento, soprattutto in Piemonte e nel Lombardo-Veneto, intellettuali, imprenditori rappresentanti delle professioni e dei mestieri avevano cominciato a esprimere apertamente l'esigenza di liberare la vita economica e produttiva dei loro territori dai vincoli giuridici e tecnici al movimento delle merci e dei prodotti naturali (e qualcuno, non a torto, pensava, delle idee)[1].

Figura 1: Linea Milano-Venezia
(Ingrandimento)

La ferrovia, il prodotto più moderno della scienza e della tecnologia europea, assumeva nell'immaginario di questi uomini il carattere simbolico del progresso che vinceva sulla barbarie e sull'oscurantismo interpretandone, grazie alla forza simbolica del vapore e del ferro, le aspirazioni alla modernità e al cambiamento.



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