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La grande fabbrica di Duccio Bigazzi. Due interventi a cura di
Giorgio
Bigatti
Intervento di Ferdinando Fasce, Università di Bologna
“Ma è tempo anche per noi di uscire dalle
rappresentazioni e dalle costruzioni simboliche, ritornando alla
prosaica realtà delle tecnologie e dei processi lavorativi”
(p. 34). In questa frase del libro mi pare si riassuma un elemento
essenziale dell'impostazione di fondo e dell'attività di
storico di Duccio Bigazzi: la costante, felice tensione fra il gusto
del racconto, l'inesauribile richiamo alla concretezza degli oggetti
di indagine e la convinzione che solo una pervicace cura dei particolari,
anche e soprattutto quelli in apparenza minori, garantisca un alto
risultato storiografico. Qui Bigazzi sta parlando del Lingotto;
lo fa, com'è suo costume, sulla base di una straordinaria
documentazione, aperta a centottanta gradi sulle fonti d'impresa,
sulla letteratura tecnica ed economica primaria in varie lingue,
sulla pubblicistica operaia fra le due guerre, su carte che provengono
dall'Archivio Centrale di Stato, su relazioni di tecnici e manager,
sulla stampa dell'epoca. In particolare nel passo citato ci sta
introducendo nel Lingotto con gli occhi del cronista della “Stampa”
al seguito del re Vittorio Emanuele III, in visita ufficiale in
occasione dell'inaugurazione dello stabilimento, nel maggio 1923.
Lavorando con acume sulla crisi “mistica” che
coglie il cronista nel suo “fantastico viaggio” fra le “navate”
della fabbrica, dove “ignoto” e “mistero”, aggiunge il cronista,
attendono gli operai, Bigazzi vi inanella la testimonianza di Luigi
Barzini (“lente processioni di automobili che ...hanno qualcosa
di solenne e di misterioso in questa vastità da cattedrali”)
e di altri osservatori per consegnarci un paio di pagine bellissime
di storia culturale dell'impresa. Sul tipo, per intenderci, di quelle
comprese nella monografia su Il Portello (Milano, Angeli,
1988), quando ci aveva fatto vedere l'Alfa anche attraverso il diario
inedito di Ugo Ojetti, trovatosi, per avventura, a occupare un posto
di rilievo nella direzione dell'azienda. Ma ecco che, mentre interroga
sul Lingotto voci disparate e autorevoli di non tecnici, inclusi
Marinetti e Gobetti, perentoriamente lo studioso ritorna a quella
vocazione per i fatti dalla testa dura che ne fa non solo uno dei
nostri più originali e compiuti storici del lavoro e dell'industria,
ma anche uno dei pochissimi storici della tecnologia in età
contemporanea. Questo è l'aspetto sul quale vorrei soffermarmi;
un aspetto che, assieme all'ampio respiro comparato dell'indagine,
testimonia dell'assoluta originalità e del carattere pionieristico
del contributo dello storico milanese.
Dai lavori sul Lingotto e su Mirafiori contenuti
nel volume esce dunque confermata una sensibilità, rara da
noi, per una storia della tecnologia come fenomeno complesso, all'intersezione
fra mercato, società, risorse materiali, ricerca applicata
e risorse umane. Bigazzi l'aveva già manifestata sin dal
lavoro d'esordio su Fierezza del mestiere del 1978, l'aveva
affinata nel citato libro sull'Alfa e qui ce ne dà i risultati
più maturi. Ci sono, in questi due saggi, alle pagine 66-68
e 136-140, due lunghi brani che possono sembrare in apparenza altrettanti
aridi cataloghi di macchinari. Nelle mani di Bigazzi, però,
essi diventano la base indispensabile per capire i piani strategici
e produttivi sottesi alla costruzione degli stabilimenti, le specifiche
scelte tecniche e manageriali aziendali, la natura contraddittoria
e processuale del travagliato passaggio dalla progettazione, all'edificazione
e poi alla messa a regime (sempre comunque esposta a varianze e
incertezze) di uno stabilimento. Nelle note al testo, affollate
di riferimenti alle fonti e a tutta la più recente letteratura
storiografica e sociologica internazionale, non c'è posto
evidentemente, data la giusta enfasi essenzialmente empirica dell'indagine,
per le discussioni in atto da quarant'anni all'interno di organismi
come la statunitense Society of the History of Technology (SHOT);
discussioni che peraltro Bigazzi ben conosceva e anzi aveva contribuito
a introdurre in Italia attraverso l'ASSI. Ma, anche se non richiamata
esplicitamente, l'attenzione della SHOT per i caratteri sociali,
umani e culturali della tecnologia, mai disgiunta da un'opportuna
considerazione delle variabili di mercato, si sente vibrare nelle
pagine di Bigazzi. Ad esempio, là dove, a proposito del Lingotto,
il libro mostra come l'originaria vocazione “americana” dello stabilimento,
esemplato sulla Ford multipiano di Highland Park, debba poi fare
i conti con i vincoli e le sollecitazioni mutevoli di mercato, con
una ancora ridotta consapevolezza, da parte dei tecnici e manager
Fiat, della complessità del modello incentrato sistematicamente
sulla catena. E ancora, debba fare i conti, con la scoperta, che
è frutto di una dura esperienza, che il fordismo ha, per
così dire, un “cuore” tayloriano, chiama in causa problemi
di coordinamento e tecniche di organizzazione e misurazione del
lavoro dai quali non si può prescindere: nodi che fra gli
anni venti e trenta verranno affrontati mediante l'applicazione
“in forme esasperate” (p. 59) del Bedaux.
Del resto, così come sottolinea il fatto
che “gli anni del Bedaux coincidevano con un generale peggioramento
della condizione operaia alla Fiat” (p. 60), Bigazzi neppure manca
di evidenziare le ambivalenze e le difficoltà di elaborazione
politica, rispetto all'innovazione, palesate da un movimento operaio
sospeso fra l'ammirazione per il mito tecnologico fordiano (che
negli USA, non dimentichiamolo, affascinò addirittura il
ribelle per antonomasia John Reed, strappandogli più di un
giudizio positivo, fra un lampo messicano e l'entusiasmo per i “dieci
giorni che sconvolsero il mondo”) e la netta ripulsa per “ogni tentativo
(nostrano) di applicazione di tecniche e metodi d'oltreoceano” che
“appariva limitato, strumentale e rivolto a imporre ‘la schiavitù
degli operai’” (p. 56). Qui dunque la tecnologia diventa sia fenomeno
estremamemente articolato, nel quale convivono, e vanno perciò
esaminati nelle loro specificità e nella loro interazione,
componenti meccaniche, di capitale fisso e aspetti tecnico-organizzativi,
sia prisma attraverso il quale interrogare rapporti sociali e di
classe in una forma non riduttiva o distorcente come le geremiadi
sul “degrado del lavoro”.
Non meno illuminante si fa il discorso quando
il quadrante si sposta su Mirafiori, tentativo di realizzare un
“eventuale stabilimento Lingotto in piano” (p. 91). Esso è
seguito con estrema acribia in tutte le sue fasi: dall'originaria
progettazione e inaugurazione sotto il regime fascista, passando
attraverso l'odissea e i traslochi della guerra, per approdare alla
Ricostruzione, e poi in seguito sino al pieno “miracolo economico”,
e infine all'“irrigidimento della routine” e all'“appesantimento
della macchina produttiva” entro “una visione organizzativa fondata
tradizionalmente su una rigida gerarchia” (p. 182) nella seconda
metà degli anni sessanta. Quando, cioè, si venne a
creare una “situazione” insostenibile “testimoniata dal conflitto
sociale esploso a partire dal 1969 e proseguito per oltre un decennio”
(p. 183). In questo saggio si approfondisce un altro tratto decisivo
dell'elaborazione bigazziana sulla tecnologia, ovvero la capacità
di fare analisi comparata su un tema relazionale per eccellenza,
ma non ancora sufficientemente studiato qui da noi soprattutto per
l'età contemporanea, quale i trasferimenti di tecnologia.
Se è vero infatti che la storia del Lingotto è sempre
seguita senza mai perdere d'occhio quello che accade non solo a
Detroit, ma anche alla Renault, alla Citroen e alla Volskwagen,
non è meno vero che nel caso di Mirafiori Bigazzi disegna
un efficace ritratto che tende a mostrare “come sia superficiale
l'immagine secondo cui il complesso bagaglio tecnico acquisito negli
anni dalle imprese americane sarebbe stato semplicemente incorporato
in macchine e in impianti trasferibili attraverso un contratto d'acquisto”
(p. 144). Il risultato è un contributo decisivo non solo
per la storia industriale del nostro paese, ma anche per la ricca
discussione in corso da una ventina d'anni a livello mondiale sulla
cosiddetta “americanizzazione”, cioè sull'impatto delle tecniche
e dei modi di vita statunitensi sul resto del mondo e in particolare
sui paesi compresi nell'orbita del paese egemone. Bigazzi vi interviene
autorevolmente contrapponendosi alla visione che ha dominato per
una certa fase la ricerca qui da noi, visione riassumibile nella
formula della cosiddetta “americanizzazione a metà”. Secondo
tali posizioni (ad esempio il pionieristico contributo di Pier Paolo
D'Attorre, Anche noi possiamo essere prosperi. Aiuti Erp e politiche
della produttività negli anni Cinquanta, in “Quaderni
storici”, 1985, n. 58) l'americanizzazione postbellica dell'Europa
occidentale sarebbe stata abbastanza rapida e senza eccessivi ostacoli
dal punto di vista economico e tecnico, molto più limitata
e difficile su quello socioculturale e politico. Bigazzi mostra
invece come l'adozione del modello della produzione di massa non
fu così facile, ma anzi lasciò spazio a fenomeni di
selezione e rielaborazione, in certi casi anche ricca e creativa,
da parte di chi riceveva gli impulsi d'oltre Atlantico. Egli perciò
condivide l'impostazione di Jonathan Zeitlin, che parla non di “americanizzazione”,
ma di “ibridazione”, cioè di un complesso processo di influenze
in parte reciproche tra le due sponde, del resto proprio sulla base
di ricerche esemplari come quella di Bigazzi (vedi Jonathan Zeitlin
e Gary Herrigel, a cura di, Americanization and Its Limits: reworking
US Technology and Management in Postwar Europe and Japan, Oxford
University Press, 1999, che comprende anche un saggio dello studioso
milanese).
È augurabile che presto altri raccolgano il
testimone di un'indagine come questa: capace di tenere insieme in
un delicato equilibrio la storia della tecnologia quale sistema
in espansione di conoscenze applicate, forza sociale e prodotto
di forze sociali, forze a un tempo unite e divise, da interessi
e culture diversi e convergenti.
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