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La grande fabbrica di Duccio Bigazzi. Due interventi a cura di
Giorgio
Bigatti
Intervento di Stefano Musso, Università di Torino
Il volume postumo di Duccio Bigazzi raccoglie
tre saggi che sono particolarmente significativi di un percorso
culturale e scientifico di cui egli è stato uno dei più
brillanti e infaticabili esponenti. Questo percorso ha accomunato,
seppur nelle differenti sensibilità individuali, un nutrito
gruppo di studiosi della generazione che si è affacciata
agli studi negli anni settanta, praticando una storia sociale del
mondo operaio incentrata sulla fabbrica, e che negli anni ottanta
ha ampliato, ma in quell'ottica si dovrebbe dire completato, l'oggetto
di indagine con la storia dell'impresa.
Nel lavoro storico di Bigazzi si incrociano infatti
la storia del lavoro, del movimento operaio, dell'industria e dell'impresa,
ognuna delle quali costituisce il tassello di un mosaico che non
sarebbe completo in assenza di una delle tessere. Il mosaico, vale
a dire il centro dell'interesse, è il divenire della società
industriale, il configurarsi delle distinzioni di classe, i conflitti
e le modalità della mediazione, le dinamiche sociali e politiche
che traggono origine dall'attività produttiva e dai rapporti
di lavoro, e che costituiscono il motore principale del mutamento
sociale in età contemporanea.
Il primo dei tre saggi qui raccolti, quello sulle
strutture produttive alla Fiat Lingotto (originariamente pubblicato
nel 1994) è frutto della rielaborazione, alla luce di nuove
fonti archivistiche, di una ricerca già conclusa alla fine
degli anni settanta (Gli operai della catena di montaggio. La
FIAT. 1922-1943, in La classe operaia durante il fascismo,
“Annali” della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, a.
XX, 1979-80); la ricerca sugli operai del Lingotto aveva fatto seguito
a un primo lavoro di Bigazzi, incentrato sugli operai di mestiere
dell'industria meccanica milanese di fine Ottocento (“Fierezza
del mestiere” e organizzazione di classe: gli operai meccanici
milanesi, 1880-1900, in “Società e storia”,
a. I, 1978, n. 1). Nel solco tipico degli studi condotti in quegli
anni da chi si avvicinava alla storia del mondo operaio sull'onda
della militanza nei movimenti post-sessantotto, il centro dell'indagine
delle prime due ricerche di Bigazzi era la condizione di fabbrica,
l'esperienza di lavoro vissuta dagli operai, considerata come fonte
di particolari configurazioni della classe operaia, della cultura,
della coscienza, delle forme di organizzazione sindacale, dei comportamenti
politici. Il primo saggio studiava gli operai di mestiere di fine
Ottocento, la cui coscienza di classe aveva radici nell'autonomia
e nell'indipendenza della cultura del mestiere. Il secondo affrontava
il tema della crisi di quelle stesse figure operaie al momento dell'introduzione
delle tecnologie e delle soluzioni organizzative mutuate dal taylorismo
e dal fordismo.
Nella nuova storiografia di ispirazione variamente
operaista degli anni settanta l'organizzazione del lavoro occupava
un posto centrale, per l'attualità del tema nelle lotte di
quel decennio, che si muovevano contro il lavoro monotono e ripetitivo
del montaggio in linea, per rivendicare il riaccorpamento e l'arricchimento
delle mansioni (lo slogan era un “nuovo modo di fare l'automobile”).
I comportamenti della classe operaia, visti nelle loro componenti
di autonomia e spontaneità, venivano indagati a partire dal
luogo di lavoro, in quanto nella fabbrica, centro focale dell'organizzazione
capitalistica, si verificavano le condizioni per la formazione della
coscienza di classe e per lo sviluppo della lotta di classe. Lo
studio della “composizione di classe” come si usava dire
allora, ricostruiva le condizioni di lavoro in particolari settori
industriali, le mansioni e i livelli di professionalità richiesti.
La tendenza dominante era quella di sottolineare, sulle orme di
Harry Braverman (Lavoro e capitale monopolistico. La degradazione
del lavoro nel XX secolo, un lavoro del 1974 tradotto in Italia
nel 1978), i processi di dequalificazione del lavoro nella descrizione
delle modalità dello sfruttamento capitalistico e, di riflesso,
di enfatizzare la questione del controllo operaio sulla vita d'officina
come miccia del conflitto industriale. Questa impostazione, tutta
incentrata sulla fabbrica e su una visione schematica e semplificata
dei rapporti di lavoro, avrebbe presto mostrato i suoi limiti. Il
lento affermarsi di nuovi studi ispirati alla storia sociale – che
portavano l'indagine sul radicamento comunitario degli strati operai,
sul complesso delle relazioni sociali, contro la riduzione dell'esperienza
operaia al posto di lavoro avrebbe spinto alcuni studiosi – per
reazione, nel nuovo clima degli anni ottanta – a buttare il bambino
con l'acqua sporca, tralasciando del tutto, nelle indagini sul mondo
operaio, la dimensione della fabbrica e dei comportamenti collettivi.
Bigazzi si collocò tra coloro che, pur
condividendo la necessità di estendere l'analisi alla cultura
materiale e ai legami comunitari, hanno continuato a sostenere l'importanza
dei rapporti di lavoro: in quest'ottica, lo studio dell'organizzazione
del lavoro, della composizione per sesso ed età della manodopera,
dei livelli di professionalità, delle qualifiche, dei ventagli
salariali e dei sistemi retributivi è indispensabile per
comprendere le dinamiche sottostanti alla storia dell'azione sindacale,
dell'attività negoziale e dei risultati della contrattazione
collettiva. Del resto, fin dal saggio sugli operai del Lingotto,
la ricerca della precisione, l'attenzione filologica ai particolari,
la minuziosità della ricostruzione delle tecnologie, delle
mansioni, dei sistemi di cottimo, consentivano al lavoro di Bigazzi
di allontanarsi dagli schematismi e dai riduzionismi di qualsiasi
tipo. L'analisi approfondita della realtà di fabbrica ha
portato all'individuazione delle interazioni tra le strategie imprenditoriali
e le strategie operaie nella determinazione dei processi di mutamento
tecnologico e organizzativo, e alla scoperta delle successive trasformazioni
della professionalità operaia, contro l'idea di una degradazione
lineare e progressiva del lavoro lungo l'arco del secolo.
L'organizzazione del lavoro è stata anche
un canale attraverso il quale Bigazzi, e con lui una parte della
sua generazione, ha scoperto il soggetto antagonista degli operai,
gli imprenditori. Infatti, se lo studio della formazione e della
composizione del proletariato richiedeva la ricostruzione della
storia dei settori industriali, lo studio delle strategie di ammodernamento
tecnologico e delle politiche di gestione del personale portava,
con un passo breve, allo studio delle strategie d'impresa tout
court. La storia d'impresa è stata così rilanciata
su nuove basi, nel corso degli anni ottanta, da studiosi nati come
storici del movimento operaio e del mondo del lavoro, tra i quali,
oltre a Bigazzi, si possono ricordare Franco Amatori, Giuseppe Berta,
Paride Rugafiori, Giulio Sapelli, Renato Covino, Giampiero Gallo,
Luciano Segreto, Michele Lungonelli, Giorgio Pedrocco e altri ancora
(una rassegna della storia d'impresa in Italia è stata scritta
proprio da Bigazzi: La storia d'impresa in Italia. Saggio bibliografico
1980-1987, Milano 1980). Il loro approccio considera le imprese
come centri decisionali e spazi di relazioni sociali che costituiscono
un punto nodale nel quale si intrecciano il progresso tecnologico,
l'evoluzione dei mercati, gli orientamenti culturali e le scelte
imprenditoriali e manageriali, i comportamenti operai e i conflitti
sociali. La labour history viene saldata alla business
history, in una sintesi che rinnova entrambe le discipline.
Del 1987 è la poderosa monografia di Bigazzi sull'Alfa Romeo
(Il Portello. Operai, tecnici e imprenditori all'Alfa Romeo 1906-1926),
in cui l'approccio metodologico è quello di una storia d'impresa
che complica l'impostazione di Alfred D. Chandler (Strategia
e struttura: storia della grande impresa americana, 1962; e
La mano visibile: la rivoluzione manageriale nell'economia americana,
1977), incentrata sulle determinanti tecnologiche, organizzative
e di mercato, estendendo l'indagine alle variabili sociali, politiche
e culturali. Le relazioni industriali, in questa impostazione, appaiono
in grado di condizionare l'assetto dell'impresa e le scelte del
management (nella stessa direzione di lavoro si muove il
recente contributo di Giuseppe Berta, Conflitto industriale e
struttura d'impresa alla Fiat 1919-1979, Bologna 1998).
Il rapporto tra storia sociale del mondo operaio
e storia delle strategie imprenditoriali è al centro del
terzo dei saggi qui ripubblicati, La fabbrica nella crisi del
regime fascista (del 1996), nel quale si intrecciano l'analisi
del mercato del lavoro, delle condizioni di lavoro, dell'alimentazione
e delle condizioni di vita, delle strategie di risposta ai problemi
della produzione bellica e agli sconquassi provocati dai bombardamenti,
fino a investire temi “culturalisti” relativi alla nuova
centralità della fabbrica nell'immaginario collettivo, e
a fornire un nuovo quadro interpretativo del ruolo delle agitazioni
operaie nella caduta del regime fascista
Il secondo saggio qui raccolto, quello sulla
Fiat Mifariori (Mirafiori e il modello americano, 1936-1960,
del 1997), estende l'indagine sulle tecnologie produttive e l'organizzazione
del lavoro nella grande industria al momento dell'implementazione
matura del taylorismo e del fordismo. Qui Bigazzi ha saputo delineare
magistralmente – grazie alla grande capacità di interrogare
la documentazione disponibile, di mettere ordine e ricavare senso
da una mole sterminata di particolari e materiali sparsi – le problematiche
dell'adattamento delle tecnologie e delle soluzioni organizzative
adottate dai principali produttori di automobili nel momento in
cui la Fiat coglieva l'opportunità offerta dagli aiuti del
piano Marshall per riordinare e ammodernare gli impianti del più
grande stabilimento industriale d'Italia, allo scopo di avviare
la mass production di vetture utilitarie. La ricostruzione
minuziosa della portata reale dell'apporto delle tecnologie d'oltreoceano
alle varie fasi del ciclo di produzione dell'auto (che dipinge una
realtà a macchia di leopardo, dovuta all'attenta valutazione
dei costi/benefici delle varie soluzioni rapportate alle tradizioni
produttive e ai vincoli di mercato) riporta a una dimensione concreta
il processo di razionalizzazione, superando le visioni schematiche,
attraverso un puntuale confronto con la tecnica e la composizione
professionale della manodopera, e soprattutto attraverso l'individuazione
delle alternative possibili che emergevano dalle diverse “letture”
delle tecnologie americane da parte dei tecnici e manager Fiat,
e dal confronto tra le posizioni differenziate che ne derivavano.
Si può così in conclusione ricavare da questo lavoro
un'indicazione metodologica di portata più generale: l'importanza
delle scelte e dell'agire umano nella storia, contro il determinismo
delle leggi e delle strutture economiche.
Da ultimo, la qualità della ricerca storica
che sta all'origine della produzione scientifica di Bigazzi, ben
esemplificata da questa raccolta, era debitrice della passione con
cui perseguiva la ricostruzione puntuale di ogni materiale documentario,
impossibile in mancanza di fonti d'archivio. Da qui il legame, che
occorre ricordare, tra il lavoro di Bigazzi storico e il suo impegno
come organizzatore culturale, indirizzato specialmente alla scoperta,
alla conservazione e all'apertura dei fondi archivistici, di cui
era grande conoscitore e sui quali ha insegnato a lavorare a una
nuova generazione di giovani storici.
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