Download
Scarica il testo del saggio in formato PDF visualizzabile con Acrobat reader

 
Malattie e paure tra passato e futuro
Una conversazione con Giorgio Cosmacini
a cura di Maria Luisa Betri

Fino a vent'anni fa, nei paesi nord-occidentali del globo, si riteneva che i rischi delle malattie contagiose fossero ormai cancellati e, sulla scorta dell'eradicazione su scala planetaria del vaiolo (1979), l'Organizzazione mondiale della sanità nel 1981 poteva formulare una previsione ottimistica e ambiziosa: “Salute per tutti nell'anno 2000”. Oggi invece sta crescendo una sensazione di inquietudine diffusa, dopo il disastro delle Twin Towers a Manhattan, di cui i media ci hanno trasmesso in tempo reale l'immagine di morte collettiva catastrofica, e il riapparire di casi di antrace, vissuti come minacciosi segnali di una guerra batteriologica.

Cosmacini – All'indomani della eradicazione del vaiolo – quasi che, per una sorta di regola, alla scomparsa di una malattia subentri l'insorgere di un'altra – l'esplosione dell'AIDS e la sua successiva globalizzazione, in effetti, sono sono sopraggiunte a smentire quella previsione troppo ottimistica. Le malattie epidemico-contagiose e infettive sono tornate a declinarsi come “malattie vecchie, sempre più nuove”: vecchie, perché sempre trasmissibili attraverso i canali della comunicazione tra individui biologici (da uomo a uomo, dall'animale all'animale, dall'animale all'uomo, dai vegetali agli animali, e via dicendo); e nuove, in quanto totalmente diverse, diversificate per legge biologica di mutazione e per legge storica di evoluzione. Riguardo alla provenienza dell'AIDS dall'Africa nera, ad esempio, Mirko D. Grmek, nella sua Storia di un'epidemia attuale (1989), ha osservato che l'AIDS non sembra essere “una malattia nuova nel senso forte del termine” e che “i retrovirus HIV [sembra] esistano da moltissimo tempo, dietro lo schermo delle altre malattie infettive, degli stati patologici sporadici, o persino collettivi, ma lontani nel tempo e nello spazio”, così come si può sostenere altrettanto a proposito “della comparsa attuale delle encefaliti spongiformi, cioè delle affezioni dovute ai prioni”.

L'encefalopatia spongiforme bovina (BSE), detta anche “malattia della mucca pazza”, è molto simile allo scrapie, o malattia del trotto della pecora, nota fin dal XVIII secolo, e che il veterinario francese Besnoit nel 1899 intuì fosse infettiva, probabilmente trasmissibile. I primi provvedimenti contro la BSE, a livello comunitario, risalgono al 1989, circa vent'anni dopo la comparsa delle prime manifestazioni della malattia, nonostante gli scienziati avessero nel frattempo individuato il vettore del contagio nelle farine animali, ottenute in gran parte triturando carcasse di ovini, utilizzate come mangime per il bestiame bovino. Dall'animale all'uomo: il sospetto della trasmissione dell'agente infettante di origine bovina all'uomo, attraverso il consumo di carne contaminata, ha trovato conferma nel 1996, quando si è verificato il primo decesso, provocato da una “nuova variante” della malattia di Creutzfeldt-Jakob, un processo degenerativo “a spugna” dell'encefalo, manifestatosi, in forma di demenza presenile, in un individuo in età relativamente giovane. Pierre-Marie Lledo, nel suo recente volume Malati di cibo. Storia della mucca pazza (2001), di fronte all'allarmismo diffuso, sostiene che la encefalopatia bovina contratta per ingestione di alimenti contaminati “può essere considerata alla stregua di una gigantesca intossicazione alimentare che cessa di svilupparsi non appena l'alimento infetto non viene più distribuito”.

Oggi come ieri – si è osservato – l'umanità deve accettare di proseguire il suo cammino in compagnia delle malattie trasmissibili, che insorgono, spariscono e tornano a comparire. Anche l'antrace, o carbonchio, è una malattia d'antica data, già descritta nel Corpus hyppocraticum, ed anch'essa trasmessa dall'animale all'uomo.

Ogni epoca ha vissuto, dopo eventi catastrofici, l'incubo dell'imprevedibile e dell'ignoto, cercando, per quanto possibile, di esorcizzare le proprie paure riducendole alla ragione. Oggi invece sembra vi siano maggiori difficoltà nel disporsi a fronteggiare improvvisi e imprevisti pericoli ecologici e biologici.

Cosmacini – Nel caso dell'antrace, quella che sembra costituire oggi la vera minaccia è la psicosi da carbonchio, come se una nuova pestilenza fosse alle porte. L'antrace, da antrax, nome greco del carbone, assume un'inquietante valenza simbolica nel colorito nerastro della macchia cutanea e del sangue di coloro che ne sono colpiti, evocando il fantasma dell'atra mors pestilenziale. A Robert Koch si dovette, nel 1876, la descrizione del ciclo completo del suo agente patogeno, il bacillus anthracis, le cui spore, presenti nel suolo, vengono ingerite dagli animali. L'uomo può contagiarsi per contatto diretto con animali infetti – nel passato infatti la malattia era diffusa tra vaccari e conciatori di pelli –, oppure inspirando direttamente le spore presenti nell'ambiente. Fin dal 1881 Pasteur fu in grado di approntare un vaccino immunizzante efficace; e tuttavia l'analogia clinica con la peste è sorprendente e incute timore. L'infezione carbonchiosa è un male degli animali e degli uomini e anch'esso si appalesa non solo in una forma cutanea, con una sorta di bubbone liquido cui subentra, dopo la sua rottura, un'escara nera, ma anche in una forma polmonare e in una setticemica, i cui decorsi sono clinicamente simili, rispettivamente, a una polmonite pestosa e a una peste fulminante.

L'emotività risveglia oggi ansie e angosce che credevamo ormai sepolte e rievoca le antiche paure di quelle morti collettive catastrofiche che nelle epoche passate erano provocate dalle drammatiche evenienze delle carestie, delle guerre e delle epidemie devastanti, come quelle pestilenziali.

Il fattore della paura, amplificata dai media, riveste una malattia anacronistica come l'antrace di una pericolosità attuale: Emile Littré, nel 1836, quando il cholera-morbus proveniente dall'Asia aveva raggiunto e terrorizzato l'Europa, scriveva che “l'azione del morbo si porta sull'intelligenza e genera epidemicamente le alterazioni mentali più singolari”.

Siamo dunque, oggi, vittime di un disegno doloso di diffusione della malattia o piuttosto, e soprattutto, di una psicosi collettiva, che si alimenta della paura del contagio (dal latino contingere, toccare), della paura cioè dell'insulto biologico, per cui l'uomo, per contatto, può trasmettere una malattia ad un altro uomo, e quindi l'uomo può essere nemico dell'uomo? Sullo sfondo aleggia inoltre un'altra, e ancor più grande paura, connessa alle valenze della fisica, della chimica, della biologia: matrici di grande progresso, ma al tempo stesso potenziali, terrificanti fonti di insulto massiccio nei confronti delle popolazioni.

Se è vero che oggi non viviamo in un clima di consolidate certezze e di “magnifiche sorti e progressive”, di fronte ai fantasmi di nuove epidemie che può evocare l'antrace, la lucidità della ragione ci induce ad accreditare le affermazioni di chi, con cognizione di scienziato, sostiene che per trasformare una spora d'antrace in un'arma letale sarebbero necessarie complicatissime e prolungate manipolazioni microbiologiche, e che una “bomba batteriologica”, caricata da bacilli carbonchiosi, è destinata a restare inesplosa.