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Giancarlo Cerasoli
La patocenosi

I limiti dello studio quantitativo delle antiche malattie

Il ricercatore che vuole affrontare lo studio della prevalenza o dell'incidenza delle antiche patologie si trova davanti diversi importanti ostacoli. In primo luogo si rende conto di come le malattie non siano delle entità ben determinate, al pari delle specie viventi, ma siano semplici modelli paradigmatici della realtà, soggetti a frequenti mutazioni. Con il variare del pensiero medico si è modificata la nosografia, passando da una classificazione delle malattie essenzialmente clinica, basata sui sintomi e segni esterni e sulla concezione degli umori, ad un'altra fondata dapprima sulle lesioni anatomo-patologiche e successivamente su parametri eziologici sempre più complessi: tessutali, cellulari e molecolari (3). In tal modo quadri morbosi prima considerati all'interno di una determinata categoria sono stati improvvisamente attribuiti ad una differente tipologia. Come scriveva Grmek “Se in un villaggio si trova che in un determinato periodo storico compaiono malattie che non c'erano, se cambia notevolmente il numero di queste, la prima cosa da chiedersi è se è cambiato il medico”, ossia se è cambiato il metodo con il quale questi quadri patologici sono stati interpretati e classificati (2).

Ancora più complessa è la corretta identificazione, oppure l'inquadramento nelle categorie nosologiche attuali, delle patologie del passato, conoscendone solo la descrizione sommaria d'alcuni sintomi o l'antica diagnosi. Alcune delle classificazioni non più in vigore sono oggi quasi indecifrabili ed è assai arduo interpretare quadri clinici come quelli delle “febbri biliari”, delle “febbri nervose”, o dei “tormini” (1). Si deve ricordare a questo proposito come spesso nei tempi andati la diagnosi fosse fatta, come scriveva Grmek, “pressappoco come si emettevano le sentenze davanti al tribunale rivoluzionario, vale a dire in modo sommario e con l'evidente preoccupazione di dichiarare colpevoli tutti i sospetti” (1). In tal modo spesso un'unica categoria diagnostica sottintendeva un insieme di malattie, considerate in senso moderno, e la sua “traduzione” nei termini attuali non è facile né, a volte, possibile. Così molte affezioni polmonari nei tempi remoti erano etichettate indifferentemente come “tisi”, ma non si trattava affatto di tubercolosi. In maniera analoga molte malattie gastro-intestinali spesso definite come colera, colerina o tifo, non erano causate né dal vibrione del colera né dalla salmonella typhi. Se si volesse prestar fede agli antichi registri ospedalieri si potrebbe credere che a causare la morte dei ricoverati concorresse una limitata gamma di patologie, ma questo non è affatto vero.

Al riguardo delle “statistiche mediche” del passato, oltre al vincolo di avere a disposizione soprattutto le cause di morte definite secondo criteri poco oggettivi, si devono valutare anche le modificazioni sociali e sanitarie avvenute nella popolazione presa in esame. Come ricordava Grmek “Se in un paese s'introduce un servizio sociale – sanitario pubblico, il risultato sarà un aumento statistico delle malattie, un apparente peggioramento dello stato generale di salute, perché la gente che prima non andava dal medico adesso ci va!” (2).

Informazioni più sicure per la definizione delle antiche patologie possono venire dall'esame antropologico e medico degli antichi resti umani, dallo studio dei bassorilievi, delle pitture, delle statuette e delle figure votive di organi, fonti che, essendo prive del supporto del linguaggio, possono sventare alcune insidie (3, 6).

Se volessimo invece ricavare la frequenza di una malattia dai suoi segni indiretti, ad esempio da quelli rilevati dagli ammalati e non dai medici, o descritti dai letterati non medici, ci accorgeremmo come quest'operazione difficilmente dia risultati attendibili. Ad eccezione delle malattie dominanti maggiori, quali i morbi contagiosi più gravi come la peste e il colera, vissute sempre con estremo terrore, per molte altre patologie la storia della mentalità insegna che vi sono stati momenti di maggiore e minore accettazione. Così malattie endemiche come la malaria, la sifilide e la tubercolosi, il cui decorso può durare anni, consumando lentamente chi ne è affetto, sono state per così dire “introiettate” nella vita di molte persone costituendo uno degli scenari di intere popolazioni in determinati periodi, compresi i contadini malarici delle novelle di Verga o dei racconti della Deledda. Così anche gli storici spesso hanno ignorato le malattie più frequenti, dando rilievo solo ai fenomeni patologici più visibili, quali quelli legati al flagello delle malattie epidemiche (1).

È in tal modo abbastanza chiaro come sia estremamente difficile avere a disposizione dati certi sulla distribuzione della frequenza di molte malattie nel passato. Per tale motivo, come rilevava Grmek, “la documentazione storica riguardante la patocenosi è d'ordine più qualitativo che quantitativo, ma noi la riteniamo talvolta sufficiente per indagare e definire certe strutture o, come dicono gli Anglo-Sassoni, dei patterns” (1).



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