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Giancarlo
Cerasoli
La patocenosi
Introduzione
Ad un anno dalla morte di Mirko Grmek mi sembra
utile ricordare il concetto di patocenosi, da lui coniato nel 1969
(1-5). Con questo termine egli definiva “l'insieme degli stati
patologici presenti in una determinata popolazione in un certo momento
e spazio” (1). Nell'esposizione originaria specificava altri
due principi. Nel primo affermava che la frequenza e la distribuzione
di ciascuna malattia presente nella patocenosi dipendono da diversi
fattori, endogeni ed ecologici, e dalla frequenza e distribuzione
di tutte le altre malattie. Nel secondo sosteneva che la patocenosi
tende ad uno stato d'equilibrio che è particolarmente sensibile
all'interno di una situazione ecologica stabile. Grmek ideò
il termine patocenosi in analogia con quello di biocenosi che identifica
un complesso d'individui, di diverse specie animali o vegetali,
coabitanti in un determinato ambiente, detto biotipo, e interagenti
tra loro nella lotta per la sopravvivenza. Gli individui che vivono
in un dato ambiente in un tempo limitato stanno tra loro in un equilibrio
che risente delle molte variabili legate all'ambiente. In modo analogo
la distribuzione delle malattie per tipologia, gravità e
frequenza, analizzate in un certo luogo e per un periodo definito,
è in un determinato equilibrio.
Questo modo di vedere le malattie superava lo
studio strettamente analitico, limitato all'esame di ciascuna patologia
lungo una precisa scansione temporale, sottolineando le relazioni
sincroniche esistenti tra i diversi stati morbosi. La messa a fuoco
delle diverse patocenosi permetteva, inoltre, di seguirne l'evoluzione
nel tempo, studiandone la dinamica e verificando l'influsso che
su di essa hanno i fattori endogeni ed ambientali.
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