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Gli effetti della comunicazione sul sistema politico e sulla società civile

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Fabio Grassi Orsini - Gerardo Nicolosi
Luci ed ombre della cyberpolitica: i governi on-line, il partito telematico

Per l'e- democracy bisognerà aspettare: la “piazza elettronica” non è per domani

A proposito di e-democracy, è da ricordare l'euforia con la quale i politologi avevano accolto la rivoluzione di Internet, che a loro dire avrebbe determinato una svolta storica non solo nella comunicazione politica, ma anche nella stessa organizzazione della politica. Si riteneva che il nuovo strumento informatico avrebbe aperto la via ad una “nuova democrazia”: avrebbe potuto favorire il superamento della democrazia rappresentativa attraverso la realizzazione di una “agorà virtuale”[55], che avrebbe permesso una partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche.

Che queste previsioni sulla cyberpolitica fossero troppo ottimistiche è provato dalle difficoltà incontrate dall'e-government, di cui abbiamo appena fatto cenno. Le difficoltà risultano ancora più evidenti se si pensa ai problemi avuti dai governi dinanzi al voto elettronico. Perfino negli Stati Uniti, paese d'avanguardia per quanto riguarda altri campi dell'utilizzazione di Internet, non si è ancora introdotto l'e-voting, se non in via sperimentale e su scala molto ridotta, il che dimostra che l'introduzione di questo sistema non è per domani. Nonostante siano molti i problemi da risolvere, anche in termini di costi, sembra che gli USA siano comunque alle prese con il tentativo di modernizzare i loro sistemi elettorali e proprio la Florida, protagonista delle ultime presidenziali, investirà 400 miliardi per convertirsi al voto elettronico: “l'azienda di Ranson F. Shoup II (inventore, nel '78, della prima macchina elettronica per il voto), la cui famiglia fornisce macchine meccaniche elettorali dal 1895, si è convertita alle “touch screen machine”[56], un sistema che permette il voto appoggiando una mano sul monitor, ma il cui costo si aggira sui 10 milioni di lire. Il primo caso di sperimentazione è quello delle primarie del Partito Democratico in Arizona nel marzo del 2000, quando gli elettori ricevettero una password edun pin, utilizzando i quali hanno potuto votare da casa. L'operazione è stata gestita da una società di software diretta da Dick Morris, un consulente di Clinton, ed in effetti si registrò un incremento da 12 a 77 mila votanti, ma l'esperimento non è stato, poi, ripetuto nelle elezioni del 2000[57]. In ambito europeo, un esperimento del genere è stato effettuato nella città di Brest e il governo tedesco sembra voglia introdurre il sistema nelle prossime elezioni per il Bundestag, mentre il voto elettronico potrebbe essere introdotto prima in Svizzera e in Belgio. C'è da domandarsi se l'e-voting dia garanzie di sicurezza sufficienti e pari a quelle del voto espresso in modo tradizionale e renda più trasparenti e rapidi gli scrutini. Anche in Italia sono stati effettuati esperimenti di voto da postazioni fisse, un esempio dei quali è quello oramai collaudato per le elezioni dei membri delle commissioni per i concorsi universitari. L'adozione di questo sistema per le elezioni politiche, visto l'elevato numero dei componenti il corpo elettorale, comporterebbe però problemi organizzativi non indifferenti. In primo luogo, quello della identificazione, una difficoltà risolvibile soltanto quando sarà sufficientemente sicuro l'uso della carta di identità elettronica. Ricorrere ad una password ed a un pin da ritirare al seggio sarebbe più semplice, ma di certo non sarebbe una soluzione più economica del voto tradizionale, sia esso espresso con mezzi cartacei o elettronici: in merito a quest'ultima modalità, poi, non bisogna dimenticare le grandi polemiche delle ultime elezioni presidenziali americane, basti pensare al caso della Florida. Il vice-presidente della Election.com per l'Europa, in una sua recente dichiarazione ha sostenuto che “si fida più di un click sul computer che di una croce a matita su una scheda” e che “a contare le vecchie schede sono gli uomini, che notoriamente possono sbagliare. Il computer, invece, no”[58]. Già da tempo il ministro Bassanini aveva annunciato che nelle primavera del 2001 sarebbe stato introdotto il voto elettronico in Italia, ma il direttore dei servizi amministrativi del Ministero dell'Interno ha dichiarato che il nuovo sistema potrebbe essere adottato, in via sperimentale, in occasione del referendum sul federalismo e, comunque, non si tratterebbe di un voto a distanza, ma attraverso postazioni fisse pubbliche collegate con una rete Intranet[59]. Il 13 maggio 2001, in occasione delle elezioni politiche, partirà invece da quattro piccoli centri sardi delle province di Nuoro e Cagliari la sperimentazione dello spoglio elettronico nelle consultazioni elettorali. Nei comuni di Serri, Escolca, Guamaggiore e Ortacesus, infatti, accanto al seggio tradizionale ne sarà allestito uno informatizzato, in cui lo spoglio delle schede verrà effettuato grazie ad un software denominato “e-Voto”, il quale dovrebbe garantire una notevole velocizzazione delle fasi successive alla chiusura dei seggi. Le schede elettorali, dotate appositamente di codici a barre, saranno lette tramite una penna ottica o una pistola laser collegati ad un computer in grado di elaborare i dati. In ogni caso, come ha spiegato Antonio Poddu, amministratore dell'azienda ideatrice del software: “restano da superare alcuni ostacoli come la sicurezza del risultato elettorale, la garanzia dell'anonimato e delle procedure di verifica in caso di contestazioni”[60]. Il voto da casa, ovviamente, porrebbe una serie di problemi supplementari, in primo luogo quello della segretezza. Poiché la Costituzione italiana richiede che il voto sia segreto e personale, chi può garantire che altri intervenga di fatto a controllare o ad esercitare in vece del titolare del voto?

Sulla scia di quanti affermano che Internet e le nuove tecnologie digitali aumenterebbero lo spazio di partecipazione dei cittadini alla vita politica, alcuni esperti sono convinti che l'e-voting sia un mezzo efficace per combattere l'assenteismo eletterale. Ma mentre è probabile che una parte dell' “assenteismo di necessità”, che secondo i più accreditati sondaggisti rappresenterebbe non più del 20% di coloro che non si recano ai seggi, potrebbe essere indotto ad esprimere il voto, più difficilmente una modificazione del sistema di voto potrebbe incidere sui comportamenti di coloro che dimostrano con la diserzione dalle urne il loro disinteresse per la politica e tantomeno di coloro che intendono esprimere una protesta. Pensare quindi che l'introduzione di nuovi strumenti tecnici possa aumentare la voglia di partecipare equivale ad una conclusione eccessivamente ottimistica.

A parte ogni considerazione in ordine alla sicurezza e alla economicità del voto a distanza, notevoli problemi di eguaglianza si pongono tra cittadini elettori che posseggono un PC e coloro che non lo posseggono: si tratta, evidentemente, di uno di quei casi in cui il digital gap costituisce un ostacolo per la diffusione di una vera e propria e-democracy.



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