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Fabio
Grassi Orsini - Gerardo
Nicolosi Luci ed ombre della cyberpolitica: i governi on-line, il partito telematico
L'e-government: digital gap, arretratezza e conservatorismo delle amministrazioni pubbliche.
C'era da aspettarsi, comunque, che dall'internetmania
si passasse ad un atteggiamento opposto: negli Stati Uniti, infatti,
si è recentemente diffusa una vera e propria webfobia
.In un suo recente libro, il prof. Cass. Sustein[3]
ha svolto una requisitoria contro le nuove tecnologie sostenendo
che Internet porterà ad una frammentazione della comunicazione
dovuta al proliferare dei siti specializzati e, contemporaneamente,
ad un inquinamento dell'informazione, a causa della creazione di
siti “partigiani” (hate sites).
Da parte di molti analisti si è
sostenuto che Internet avrebbe finito per confinare gli utenti di
questo nuovo mezzo di comunicazione di massa in una realtà
virtuale, favorendo, in ultima analisi, una tendenza all'isolamento.
Uno studio eseguito in Canada da due sociologi (B.Wellman e K.Hampton),
in un quartiere cablato alla periferia di Toronto, ha dimostrato,
al contario, che gli abitanti collegati in rete avrebbero sviluppato
molto di più il sistema delle relazioni sociali, approfittando
del web rispetto ad altri che non hanno voluto disporre di servizi
hi-tech[4].
E' sbagliato, comunque, pensare che Internet possa di per sé
indurre dei cambiamenti sociali: in definitiva, si tratta di uno
strumento la cui utilità e pericolosità dipende dall'uso
che se ne fa. L'introduzione di Internet, lo si è visto,
non ha comportato un ritorno alla “società naturale”,
né ad un inveramento della profezia orwelliana[5].
Se, all'inizio, vi era stata un'utilizzazione del mezzo da parte
di nuovi soggetti, siamo ora in una fase di normalizzazione in cui
il cyberspazio viene sempre di più utilizzato da soggetti
tradizionali della comunicazione (newsgroups, governi, partiti)
e non può essere interamente sottratto alla logica del profitto,
anche se rimarranno, c'è da sperarlo, ancora più spazi
di libertà di espressione di quelli garantiti dai vecchi
media. In una visione liberale di quello che dovrà essere
il futuro di Internet ci si deve giustamente preoccupare dei problemi
di “governance” del “webworld”: la tutela della
privacy e l'accuratezza delle informazioni, sono soltanto due aspetti
di tale problematicità. Allo stesso modo, non si può
sottovalutare l'esigenza di combattere le ineguaglianze nell'accesso
alla rete, sia quelle derivanti dalle difficoltà di alfabetizzazione,
sia quelle poste dagli squilibri sociali e territoriali. D'altra
parte, si deve far attenzione a non cadere nelle interessate strumentalizzazioni
di questo tema da qualsiasi parte esse vengano. Per il “popolo
di Seattle”, ad esempio, Internet è divenuto il simbolo
della globalizzazione ed uno dei target della nuova contestazione:
se ne è avuta una prova in occasione della riunione del Global
Forum di Napoli, dove non solo le manifestazioni di protesta
hanno “rubato lo show” ai lavori della conferenza, ma
la stessa pagina web appositamente predisposta per il resoconto
dei lavori è stata “vandalizzata” dagli hackers.
Il che, se da una parte può far pensare ad un episodio di
nuovo luddismo, dall'altra induce a riflettere sull'ambiguità
dell'antiglobalismo informatico, cioè di chi assume atteggiamenti
ostili ad Internet servendosene ai massimi livelli, considerando
appunto che per un hacker la “rete” è un po' come
il pane quotidiano.
Un diffuso ed autorevole periodico
italiano si è fatto in questi giorni portavoce delle preoccupazioni
di alcuni settori dell'opinione pubblica europea, ma anche americana,
sul rischio che il potere di Icann possa portare ad un monopolio
dei grandi gruppi tecnologici americani ed all'aumento del digital
divide
[6].
Per quanto riguarda poi la diseguaglianza degli accessi, in un Survey
pubblicato dall'Economist del 24 giugno 2000[7],
si faceva stato delle notevoli differenze nell'accesso ad Internet
tra gli stessi paesi più industrializzati (Paesi Scandinavi,
Stati Uniti, Australia, Gran Bretagna, Canada): è da notare
che al primo posto, se si tiene conto del rapporto popolazione-uso
domestico di Internet, si è piazzata la Norvegia (mentre
la Svezia è al quarto posto, al sesto posto la Finlandia,
all'ottavo posto la Danimarca); sorprendente è il secondo
posto di Singapore che precede immediatamente gli Stati Uniti; nei
primi dieci troviamo anche l'Olanda e la Nuova Zelanda; segue un
piccolo drappello di cui fanno parte nell'ordine: Gran Bretagna,
Svizzera, Austria, Taiwan, Corea del Sud, Belgio e Germania; molto
più distanziati si collocano paesi come Giappone, Italia,
Irlanda e Francia[8].
Il rapporto utenti-popolazione non è un dato di per se significativo,
né dal punto di vista qualitativo (si deve tener conto, infatti,
della tipologia degli utenti, dell'uso che essi fanno della rete
e, quindi, della natura dei siti visitati), né dal punto
di vista quantitativo. Se si osserva il problema tenendo presente
i numeri in assoluto, si deve riconoscere il predominio di due aree:
il Nord America e l'Europa. Nel citato “Quaderno speciale”
di “Limes” viene presentato un atlante del mondo, cartografato
per aree geografiche, dal quale risulta che nel 2000, in Usa e Canada
si registrano più di 167 milioni di utenti (il 41% della
popolazione mondiale); in Europa operano circa 113 milioni di utenti
(27,8%); 94 milioni in Asia (23 %), 9,4 milioni in Oceania, mentre
nel resto del pianeta accedono ad Internet appena 22 milioni di
persone pari al 5.5 % della popolazione mondiale: l'America Latina
ha 16.5 milioni di utenti (di cui solo 9 milioni in Brasile e 1
milione rispettivamente in Argentina e Messico) che sono destinati
a crescere in modo molto impetuoso nei prossimi anni; l'Africa ed
il Medio Oriente possono contare su poco più di 3.5 milioni
di utenti.[9]
L'Africa, quindi, si rivela essere la cenerentola anche in
questo campo conquistando un primato negativo che sarebbe ancora
più marcato se si togliessero dal conto Paesi come il Sudafrica
[10].
Da stime Eito Smau recentemente
pubblicate dal “Corriere della Sera”[11],
la svolta digitale riguarderà soprattutto i paesi europei:
in Gran Bretagna gli utenti di Internet, che erano nel 2000 il 44%
della popolazione, passeranno nel 2003 al 66%, mentre in Francia
ed in Germania aumenteranno rispettivamente dal 24 e 34% al 58%,
in Italia dal 24 al 50% e in Spagna dal 21 al 44%[12].
In Italia, soltanto il 13% degli
italiani ha accesso ad Internet da casa (contro il 38% degli americani),
mentre il 17% ha accesso da luoghi diversi dall'abitazione e si
devono poi registrare ancora ritardi e squilibri a livello regionale:
infatti, mentre al Nord è localizzato il 53% degli utenti,
il 22% di essi si trova al Centro ed il 24% al Sud[13].
In un suo recente articolo per “Foreign
Affairs”, A. H. Hammond, un alto funzionario del World Resources
Institute di Washington, scrive di “un grande esempio dell'ineguaglianza
causata dal global gap tra quelli che beneficiano dei vantaggi
della rivoluzione digitale – e della ricchezza e della produttività
che essa produce – e quelli che sono aldilà del digital
divide e che rappresentano più della metà della
popolazione del mondo che non ha mai fatto nemmeno una telefonata.
Internet può fare molto per coloro che lo adottano e quasi
niente per coloro che non hanno accesso ad esso”. Hammond,
facendosi portavoce di molti scienziati sociali americani, ammonisce
i gruppi economici multinazionali ed i governi sollecitandoli ad
intervenire per evitare un fosco avvenire anche per il mondo sviluppato.
L'esponente dell'autorevole istituto di ricerca si dimostra, tuttavia,
ottimista sulla possibilità di recuperare il ritardo, convinto
che, non essendoci un shortage di capitali, nel loro stesso
interesse i gruppi capitalistici saranno spinti a sviluppare l'economia
del terzo mondo e per la loro stessa sopravvivenza dovranno sfruttare
opportunità sinora inesplorate finanziando l'innovazione.
Hammond ritiene che si possa contare anche sulla filantropia privata
per migliorare la società civile nel terzo mondo, mediante
“investimenti sociali privati” in grado di creare un sistema
di cooperazione tra pubblico, privato ed ong. Ed uno dei campi indicati
sarebbe proprio la telefonia mobile collegata con Internet[14].
Se si tiene conto che questo quadro
statistico riguarda la diffusione di Internet in tutte le sue applicazioni,
la situazione relativa alla comunicazione politica e all' e-government
è ancora più grave: è in questo settore, infatti,
che il digital gap si manifesta in tutta la sua drammaticità.
Per quanto le cifre che riportiamo abbiano un valore puramente indicativo,
in relazione alla loro estrema variabilità nel tempo, e poiché
in fondo dipendono sempre dall'attività di rilevazione dei
dati, un semplice splitting dei siti istituzionali divisi per aree
geografiche conferma come la situazione del terzo mondo sia caratterizzata
da un ritardo che sembra incolmabile. Il sito “Government on
the www” per quanto riguarda il continente americano rileva
un totale di 3148 siti di natura “politica”, di cui solo
852 negli USA, a cui segue il Brasile con 377 “entries”,
il Canada con 273, il Messico con 263 e l'Argentina con 244. Da
stessa fonte, sappiamo che nel continente asiatico sono stati censiti
3348 siti, tra governativi e facenti capo a movimenti e partiti
politici, di cui 692 in India, 267 in Giappone, 238 in Cina, 193
in Malesia, 151 nelle Filippine, 144 in Corea, 141 in Thailandia
e 106 nella sola Singapore. Specularmente al ritardo relativo alla
diffusione dell'utenza, nel continente africano sono stati rilevati
soltanto 799 siti riguardanti il settore dell'e-government
e dell'informazione politica, di cui 169 riguardanti il solo Sud
Africa. Algeria e Marocco dispongono rispettivamente di 37 e 43
siti, lasciando pensare che l'area magrebina potrebbe essere una
delle più sensibili ad una informatizzazione di questo genere;
per l'Egitto ne sono stati censiti 35; per la Nigeria 24, il Ghana
e il Kenia 20, mentre per le sole isole Mauritius sono stati rilevati
61 siti. La situazione del Corno d'Africa è un'ulteriore
prova dell'enorme ritardo, e mentre per l'Etiopia sono stati rilevati
22 siti di natura politica, di cui uno, “istituzionale”,
facente capo al parlamento e alcuni altri ad associazioni politiche,
nella ex Somalia Italiana non è stata rilevata alcune “voce”,
mentre per quanto riguarda il Somaliland, esiste un solo sito, che
è quello “governativo” e l'unica “entry”
riguardante l'Eritrea è quella del sito dell'ambasciata a
Stoccolma[15].
In un suo intervento al “Global
Forum” di Napoli, M. A. Winograd, direttore del “Governmentum
Partners” ed ex direttore del “National Program for Reinventing
government”, ha presentato un piano per riorganizzare lo stato,
usando la tecnologia dell'informazione, che prevede tre fasi:
-
creare delle agenzie virtuali che colleghino tutti i siti delle amministrazioni che operano in un determinato settore;
-
creare dei portali universali con lo scopo di dare ai cittadini un punto unico di accesso per tutte le informazioni relative ai vari settori dell'amministrazione e di raggiungere, attraverso le agenzie virtuali i vari siti governativi;
-
trasformare il governo avvicinandolo ai cittadini e rendendolo più interattivo (secondo uno slogan di Al Gore si doveva creare nel cyber spazio una “piazza virtuale” dove i cittadini avrebbero potuto incontrarsi, scambiare le proprie opinioni, esprimere al governo le loro richieste ed essere ascoltati)
[16].
Nel citato survey su “Governo ed Internet”, pubblicato
dall' “Economist”[17],
è ricordato come alcuni paesi hanno compreso per primi che
Internet poteva essere uno strumento molto utile per risolvere il
problema dell'efficienza e del coordinamento orizzontale all'interno
delle amministrazioni pubbliche, per facilitare i rapporti e snellire
i contatti con il pubblico. Ed è per rispondere a questa
esigenza che nasceva l'idea di creare dei “portali governativi”
sul modello di quelli commerciali, anche se poi le difficoltà
incontrate nella loro realizzazione sono state molto maggiori di
quelle sperimentate nell'e-commerce. A tal proposito, T.
Ramsey, capo del settore dei “servizi governativi” a livello
mondiale dell'IBM, ha asserito che “l'85% dei progetti It del
settore pubblico sono destinati a fallire”. In realtà,
sono pochi i paesi che hanno realizzato una completa digitalizzazione
dell'intero comparto amministrativo: a parte l'esempio di alcuni
piccoli paesi come Singapore[18],
che sono molto avanti in questo campo, anche i grandi paesi occidentali
non hanno sinora creato portali universali pubblici interattivi
e sono soltanto le singole amministrazioni ad essere andate on-line,
collegandosi tra di loro ed in molti casi prevedendo un limitato
accesso con e-mail o predisponendo degli sportelli virtual aperti
al pubblico collegati con sistemi intranet. In Europa, si riproduce
in questo settore la stessa situazione che riguarda l'uso di Internet
esaminato in termini complessivi: vi è un digital gap
tra le amministrazioni dei grandi paesi dell'Europa Occidentale
(Francia, Germania, Gran Bretagna) e quelli dei paesi dell'Est (particolarmente
grave è la situazione della Russia, che può contare
su appena 108 siti di natura “politica”, meno della Polonia,
che ne ha 115, e poco più della Cecoslovacchia e dell'Ungheria)
e dei Balcani. Una situazione a parte hanno i paesi scandinavi,
se si tien conto del rapporto popolazione-siti pubblici disponibili
(la Svezia ha 535 siti; la Danimarca 266) ed anche l'Olanda (335)
e il Belgio (221):
Gli Stati Uniti sono all'avanguardia
per quanto riguarda l'e-government, non tanto per il numero
dei siti pubblici federali (850), ma soprattutto per le reti statali
e locali, il che corrisponde alla struttura del sistema federale.
Vi è un portale generale per la ricerca dei siti governativi
[20]; un sito ufficiale del Presidente (Office of the President,
che presenta dei links con tutti i comitati e le agenzie che dipendono
dalla presidenza); siti dei due rami del Parlamento (House of
Representatives; Senate). Tutti i Dipartimenti federali sono
on-line, ma è da notare come il sito ministeriale
abbia collegamenti all'interno con siti indipendenti di tutte le
unità amministrative, mentre all'esterno, questi web site
dipartimentali hanno saputo mettere in opera un linkeage con tutte
le agenzie federali. Hanno altresì siti web 50 grandi agenzie
federali ed altre agenzie minori; vi è, poi, la rete della
“Federal Reserve Bank” (Federal Reserve Bank) che
collega l'Istituto di emissione con 12 branch distaccate; esiste
inoltre un circuito giudiziario (US Federal Court) attraverso
il quale la Suprema Corte degli Stati Uniti è mesa in collegamento
con 136 uffici giudiziari (Corti d'appello, Corti distrettuali,
Corti fallimentari, il Tribunale del Commercio Internazionale).
Anche le 200 rappresentanze americane all'estero danno vita ad una
rete, in cui le ambasciate e i consolati generali sono collegati
con il dipartimento di Stato e con i loro servizi commerciali. Sono,
infine, on-line i 50 stati ed il Distretto Federale di Columbia
e più della metà delle città americane. La
caratteristica degli Stati Uniti consiste nell'esistenza di un difusissimo
circuito di reti civiche, che sono state un campo di sperimentazione
dell'e-government. Le ricerche empiriche condotte da studiosi
americani dimostrano che sebbene tutti gli stati e metà delle
città si siano dotate di reti, pochi siti sono realmente
cyberattivi. G.H.L. Stowers, in uno studio condotto sui siti statali,
è arrivato alla conclusione che le amministrazioni si sono
limitate a servirsi dei loro web-site per fornire al pubblico informazioni
riguardanti l'agricultura, il turismo, l'educazione, la legislazione,
i bilanci, ecc., ma pochi, soltanto l'8%, usano il loro sito per
promuovere, per esempio, discussioni sulle loro politiche; in sostanza,
le amministrazioni in rete non hanno ancora realizzato dei sistemi
in grado di promuovere reali processi di partecipazione[21].
Grazie ad un'altra ricerca, partita dalla domanda se le reti civiche
si ponessero come problema prioritario il “good government”
o il “good management” e che ha preso in esame
270 siti municipali californiani, si è arrivati alla conclusione
che la maggioranza delle amministrazioni che posseggono questi siti
non hanno una chiara strategia e forniscono pochi contributi alla
buona governance. La maggioranza dei siti esplorati sono
perlopiù informativi ed accentuano la dimensione imprenditoriale,
mentre molto pochi tra di essi creano canali di comunicazione in
grado di promuovere la partecipazione dei cittadini.[22]
Tra i paesi europei più avanzati,
la Gran Bretagna, che ha una lunga storia riguardo alla disponibilità
di fornire informazioni al pubblico, occupa senz'altro una posizione
d'avanguardia ed il suo governo è stato tra i primi a mettersi
on-line. L'Amministrazione inglese ha, infatti, creato dal
1994 un government web server, attraverso il quale quasi
tutti i ministeri e dipartimenti sono collegati. Quasi tutti i Dipartimenti
ministeriali hanno delle pagine web ed il cittadino, collegandosi
ad un sito ministeriale, può avere accesso anche agli altri
siti che trattano la stessa materia. Questi siti creati dalle singole
amministrazioni hanno tuttavia valore abbastanza diseguale: alcuni
di loro sono eccellenti, come nel caso del Defence Ministry,
dell'Home Office, del Foreign and Commonweatlh Office,
del Treasury; altri risultano essere molto buoni, come il Department
of Environment, Transport and Regions, il Department of Health,
il Department of Trade and Industry, il Department
of Social Security;alcuni altri possono essere classificati
buoni, come il Department of Agriculture, mentre altri risultano
essere decisamente mediocri.
Anche le amministrazioni regionali
(England, Scotland, Wales e Northern Ireland) dispongono
di proprie pagine web ed anche le amministrazioni locali (Councils)
dispongono di siti molto avanzati, dando vita ad una rete altamente
fruibile soprattutto per quanto riguarda la reperibilità
delle informazioni[23].
Esistono, inoltre, molti altri siti istituzionali, come The Monarchy
[24]e The Parliament
[25],
che sono considerati tra i top ten dei web site di questo
settore. Numerosi parlamentari hanno poi creato web site per far
conoscere la loro attività e per entrare in contatto con
gli elettori.
Anche in conseguenza della sua struttura
federale, la Germania ha sviluppato in modo capillare il suo sistema
informatico pubblico, conquistando, con i suoi 1750 siti istituzionali,
il primato dell'e-government in Europa. Tali siti riguardano,
oltre che le massime cariche dello Stato (Bundespräsident,
Bundeskanzler), gli organi legislativi (Bundestag,
Bundesrat), tutti i Ministeri federali (con links con molte
agenzie federali), i Land (con links con gli organi ed agenzie statali)
e 277 amministrazioni locali. Sono in rete anche le ambasciate ed
i consolati tedeschi.
La Francia è, dal punto di
vista quantitativo, meno ricca di siti istituzionali (circa 638),
ma può contare su una buona organizzazione informatica della
sua Pubblica Amministrazione, che ha sempre punti di eccellenza.
Secondo il tradizionale modello francese, anche in questo campo,
il punto di forza della rete informatica è rappresentato
dall'amministrazione centrale: tutti gli organi dello stato dispongono
di siti web (Presidenza della Repubblica, Assemblea Nazionale, Ministeri
e le principali agenzie governative). E' rilevante poi che in Francia
si possa disporre di un portale di accesso ai siti istituzionali
(Service-Public.fr-le portail de l'administration française),
il quale merita una menzione per l'estrema semplicità del
suo aspetto, nonché della sua organizzazione e del suo linguaggio,
agevolando di molto la fruibilità soprattutto per le fasce
di popolazione meno alfabetizzate in materia informatica[26].
Tra i siti destinati ad un pubblico alla ricerca di un'informazione
politica “di qualità”, si segnala il sito del parlamento
francese, per la ricchezza di dati che mette a diposizione sui lavori
parlamentari e per la facilità con la quale si può
accedere alle informazioni riguardanti i membri dell'Assemblea.
Il fatto che il sito presenti una serie di links con tutti i gruppi
parlamentari, i partiti di riferimento, con uffici e commissioni,
fa sì che esso funga in un certo senso da vero e proprio
“portale” del settore, anche se – ovviamente – limitatamente
all'ambito parlamentare[27].
Meno sviluppata è l'informatizzazione della periferia: sono
in rete 11 istituzioni regionali; 74 Dipartimenti e solo 55 comuni.
Sono egualmente on-line le ambasciate ed i consolati spagnoli.
La Spagna ha solo 542 siti pubblici.
Sono in rete le maggiori cariche dello stato (il re, il governo,
il Congresso dei Deputati, il Senato), i Ministeri (molti dei quali
hanno link con gli uffici da loro dipendenti e con agenzie statali).
Discretamente sviluppato è il circuito periferico: sono on-line,
infatti, tutte le amministrazioni regionali, alcune delle quali
molto ben strutturate, in cui sono presenti gli organi di governo
ed i parlamenti regionali, che sono collegati sia con i dipartimenti
amministrativi che con le istituzioni locali. Tra i migliori di
questi siti va citato quello dell'Andalusia, Le Canarie, la Catalogna,
Madrid ed i Paesi Baschi; hanno pagine web 36 Deputazioni Provinciali
e 101 comuni.
Rispetto alle grandi nazioni dell'Europa
occidentale (Germania, Gran Bretagna), l'Italia è in oggettivo
ritardo per quanto riguarda l'e-government: dalla tabella
riportata sopra, e dalla quale abbiamo tratto anche i dati relativi
a Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna, i siti “istituzionali”
di natura politica risultano essere 573[28].
Per quanto riguarda l'utenza, da uno studio del Censis si deduce
che un'alta percentuale di cittadini (il 77% degli intervistati)
apprezza le nuove tecnologie legate all'informatica e alla comunicazione
via Internet e ritiene che queste possano contribuire a migliorare
i servizi della pubblica amministrazione, anche se la cerchia degli
utenti è ancora ridotta e la quantità dei servizi
offerti è, in linea di massima, ancora modesta. L'attenzione
degli intervistati si concentra per il momento sui servizi informativi
locali, anche se si guarda con interesse allo sviluppo dei servizi
a distanza ed anche ai servizi finalizzati a rendere effettiva la
partecipazione alle scelte delle amministrazioni locali. Relativamente
pochi risultano essere coloro che auspicano che i servizi a distanza
avvengano con mezzi più tradizionali, come il telefono, piuttosto
che via Internet (solo il 13%), ma la maggioranza, comunque, continua
a ritenere che sia preferibile migliorare il rapporto diretto con
l'amministrazione, cioè aprire più sportelli e prolungare
gli orari. Visto che più favorevoli all'uso di servizi su
Internet sono le fasce giovanili, è da ritenere che ogni
progetto di fruibilità telematica della totalità dei
servizi amministrativi si scontrerebbe con il fatto che una larga
parte della popolazione non sarebbe in grado di usufruire di questa
tecnologia. Dall'indagine del Censis si deduce anche che soltanto
una minoranza di cittadini è a conoscenza delle innovazioni
introdotte dall'amministrazione pubblica, specialmente a livello
locale[29].
Le indagini svolte in Italia nella
loro sostanza hanno dato dei risultati che non differiscono molto
da quelli che risultano dagli studi sul campo compiuti negli Stati
Uniti circa la scarsa interattività delle reti civiche e
la loro capacità di aumentare il livello di partecipazione
dei cittadini alle decisioni delle amministrazioni. Da una parte,
vi è una nuova conferma del fatto che queste reti possono
essere una risorsa per le collettività locali e che la “moda”
della rete può accelerare la modernizzazione tecnologica
ed organizzativa della P.A., creando un'utenza consapevole, attiva
e capace di sfruttare al meglio i servizi offerti e, al contempo,
di divenire un interlocutore in grado di collaborare all'alleggerimento
dell'amministrazione. Ed è proprio in merito a questa esigenza,
che è stata giustamente messa in evidenza la necessità
di una corretta identificazione dell'utenza[30].
Accanto all'ottimismo di alcuni, non sono mancati tuttavia avvertimenti
di cautela (P. M. Manacorda) di chi ha sottolineato come i processi
innovativi indotti si siano già scontrati con notevoli difficoltà:
alcuni problemi sono, infatti, di natura organizzativa (scarso numero
di postazioni da casa); altri riguardano i contenuti (difficoltà
di coordinamento tra enti pubblici, enti previdenziali e culturali
del territorio e di back-office); altri sono di natura economica
(costi per mettere in rete i contenuti, scarsa redditività
della gestione della rete) e culturale, riguardanti, in quest'ultimo
caso, la cultura informatica delle burocrazie e, soprattutto, degli
utenti[31].
Infine, è stato rilevato come il rapidissimo evolversi delle
tecnologie durante questi ultimi anni non è stato accompagnato
da un'evoluzione altrettanto rapida dei modelli culturali. Le reti
civiche, quindi, faticano a suscitare attorno ad esse un maggior
interesse ed una maggiore partecipazione del pubblico, comportando
la necessità di studiare meglio le aspettative ed i bisogni
degli utenti[32].
Malgrado gli sforzi compiuti dall'amministrazione italiana nel campo
dell'e-government, vi sono ancora molti passi da compiere
ed ostacoli da rimuovere per superare il gap digitale. Indipendentemente
dal problema dell'utenza, il processo di informatizzazione di natura
“istituzionale” non si può dire che abbia dato
ancora dei risultati sensibilmente apprezzabili e la stessa Autorità
per l'Informatica nella Pubblica Amministrazione (AIPA), l'agenzia
governativa attiva sul fronte della progettazione e del controllo
dei processi di trasformazione telematica in corso, sottolinea che
“il livello di informatizzazione della P.A. è complessivamente
basso (l'80% dei processi amministrativi non è informatizzato
mentre è relativamente diffusa l'informatica individuale)
ed il divario rispetto al sistema delle imprese (produzione e servizi)
tende ad aumentare, stante il basso tasso di crescita del patrimonio
di software applicativo”[33].
In particolare, l'AIPA tende a sottolineare che i progressi di maggior
rilievo in questo settore hanno riguardato esclusivamente l'adeguamento
del piano normativo, giudicato tra i più avanzati a livello
europeo, e se anche dal punto di vista tecnologico la situazione
non è delle peggiori, “gli avanzamenti risultano ancora
piuttosto modesti” sul piano organizzativo:
“In termini di tecnologie informatiche,
la situazione, con particolare riferimento alle Amministrazioni
Centrali, può definirsi soddisfacente sia sotto il profilo
dell'infrastruttura di base (risultano installati 160.000 personal
computer, di cui già 92.000 collegati in rete) sia sotto
quello della Rete Unitaria, i cui servizi di trasporto e di interoperabilità
(posta elettronica, web service, file transfer), ormai pressocché
completata o comunque in fase avanzata dei rispettivi collaudi,
potranno essere prontamente attivi per tutte le Amministrazioni
pubbliche centrali che si siano poste in condizione di avvalersene
[...] Il fronte tuttavia che, in assoluto, registra tempi
di avanzamento più lenti e modalità di approccio più
problematiche è quello della componente organizzativa, sia
nell'ambito delle singole Amministrazioni sia nei rapporti tra loro.
Ciò è dovuto sia alle rigidità che le caratterizzano,
sia perché la maggior parte dei processi non è informatizzata”
[34].
Occorre ricordare che nonostante
le direttive del Governo in tal senso fossero state dettate già
nel 1995, nel quadriennio trascorso non c'è stata una corrispondenza
tra la volontà del legislatore e i provvedimenti presi dalle
singole Amministrazioni per l'adeguamento informatico, tanto che,
aggiunge l'AIPA, “con la sola eccezione delle Amministrazioni
delle Finanze, del Tesoro, di Grazia e Giustizia e degli Enti previdenziali,
le altre Amministrazioni centrali non hanno concretizzato particolari
miglioramenti nei loro sistemi informatici” e, quel che più
interessa sottolineare, “a livello di quantità e qualità
dei servizi erogati ai cittadini non si registrano significativi
progressi”[35].
Per quanto riguarda l'ambito normativo, non si può disconoscere
che la regolamentazione giuridica di importanti innovazioni quali
la firma e il documento digitali e il protocollo informatico liberano
la strada da molti ostacoli che si frappongono nei rapporti tra
le singole Amministrazioni dello stato e tra queste e i cittadini
[36].
In merito a quest'ultimo aspetto, è ancora un rapporto dell'AIPA
a precisare che “la cosa che più colpisce come differenza
tra la P.A. italiana rispetto a quelle ed esempio francesi, inglesi
o tedesche non è tanto la lentezza o la mancanza di chiarezza
del processo amministrativo [affermazione discutibile]
quanto la scarsa o assente attenzione verso le esigenze del cittadino”.
Si pone l'accento, cioè, sulla necessità di “disincentivare
il ricorso agli sportelli per comunicare con i cittadini favorendo
strumenti alternativi come Internet, il telefono o le comunicazioni
epistolari personalizzate”, che contrasta con il fatto che
“le Amministrazioni italiane sono ancora praticamente tutte
accessibili solo attraverso lo sportello tradizionale e spesso anche
più sportelli di Amministrazioni diverse”[37].
La nuova direttiva in tema di e-government approvata dal
Consiglio dei Ministri il 23 giugno 2000 è ispirata, nella
sua sostanza, alla soluzione del problema del rapporto con l'utenza
e dello snellimento complessivo dei processi amministrativi. Esso
prevede come “attori” principali soprattutto le amministrazioni
locali, “le quali assumono nel modello decentrato e federale
dello Stato sempre più il ruolo operativo di front-office
del servizio pubblico, mentre le amministrazioni centrali sono destinate
a svolgere un ruolo di back-office”[38].
Quelle che vengono definite le “condizioni abilitanti”
del piano d'azione rendono comunque l'idea delle enormi difficoltà
che possono insorgere affinchè esso diventi fattivo. è
necessario, infatti, che tutte le amminitrazioni e gli enti siano
dotati di un sistema informativo progettato non solo per l'automazione
delle funzioni e delle procedure interne della amministrazione e
per l'erogazione di servizi ai propri utenti, ma anche per l'erogazione
di servizi direttamente ai sistemi informatici delle altre amministrazioni;
che tutti i sistemi informativi di tutte le amministrazioni siano
connessi tramite una rete tra pari, senza gerarchie che riflettano
sovrastrutture istituzionali o organizzative; che tutte le amministrazioni
che svolgono un ruolo di back-office rendano accessibili
senza oneri i propri servizi sulla rete; che le amministrazioni
di front-office realizzino una integrazione dei servizi delle
amministrazioni di back-office per fornire servizi integrati
secondo le esigenze del cittadino e non secondo l'organizzazione
delle amministrazioni eroganti; che l'identificazione del richiedente
il servizio avvenga secondo una modalità uniforme su tutto
il territorio nazionale utilizzando mezzi di identificazione indipendenti
dal servizio richiesto allo scopo di garantire la possibilità
di accesso ad ogni servizio in ogni luogo. La carta di identità
elettronica, cioè, diventa lo strumento privilegiato di accesso
a tutti i servizi della pubblica amministrazione[39].
L'infrastruttura tecnologica di prioritaria importanza, “abilitante”,
per la realizzazione del piano è una rete telematica di copertura
nazionale, una “extranet della Amministrazione”, in grado
di connettere “tutti a tutti” i sistemi informatici delle
amministrazioni locali e centrali, ispirata al modello Internet,
con servizi IP (Internet Protocol) “paritetici tra tutti i
domini amministrativi”[40],
ed è grazie a questa “autostrada” telematica che,
non solo i servizi dovrebbero giungere più velocemente di
quanto avviene con i sistemi tradizionali al cittadino, ma che si
realizzerebbe il passaggio da siti puramente informativi a siti
interattivi, in grado di permettere alle pubbliche amministrazioni
di collegarsi tra loro per scambiarsi informazioni, di concorrere
alla produzione di atti che richiedano autorizzazioni di più
enti e anche di favorire la partecipazione degli utenti al processo
formativo degli atti amministrativi. Così come già
puntualizzato nei rapporti AIPA, è ovvio che per arrivare
a questo obiettivo, saranno le singole amministrazioni ad essere
chiamate a provvedere alla predisposizione di infrastrutture tecnologiche
tali da rendere possibile questa rivoluzione digitale, che comporta,
oltre agli oneri di spesa, anche uno sforzo notevole nel campo della
formazione del personale. Benché coloro che devono prendere
le decisioni, sono, secondo la citata indagine del Censis, favorevoli
alle innovazioni, anche se sono più coloro che ne fanno un
problema di immagine o dimostrano una generica predisposizione senza
una precisa strategia[41],
il vero ostacolo al raggiungimento di un diffuso e-government
dipende dalla capacità di superare la resistenza passiva
della burocrazia tradizionale, senza la collaborazione della quale
sarà impossibile tradurre in pratica le direttive di governo,
ogni riforma legislativa e la stessa normativa vigente. Per raggiungere
un accettabile livello di modernizzazione bisognerà ottenere
che si intervenga soprattutto sul versante del back-office
prima di mettere servizi destinati al pubblico, così come
non sembrano, a ben guardare, facilmente risolvibili i problemi
di identificazione degli utenti, cioè relativi all'uso della
carta di identità elettronica e della firma digitale, per
passare da una fase sperimentale ad un'applicazione su larga scala.
D'altronde, non è del tutto fuori luogo guardarsi bene da
un'accelerazione di tale processo attraverso una spinta dall'alto,
come spesso è avvenuto nel passato, che potrebbe essere anche
una risposta a pressioni di interessi di gruppi privati: nel caso
specifico si è già visto che l'e-government
è in prospettiva un business per le società di “high
tech” in difficoltà[42].
Un'altra recente indagine del Censis,
svolta in collaborazione con Atenea, ci dà la possibilità
di misurare lo stato della P.A. italiana in rete. Avvalendosi del
metodo ARPA (Analisi delle Reti delle Pubbliche Amministrazioni),
infatti, è stata effettuata un'analisi di 32 siti dei ministeri
e di altri enti pubblici di rilevanza nazionale sulla base di aspetti
differenti comprendenti le caratteristiche tecniche, le funzionalità,
i contenuti e i servizi disponibili[43].
La metodologia applicata ha permesso di ricondurre i valori tratti
in cinque indici tematici relativi ad accessibilità, utilizzabilità,
caratterizzazione istituzionale, trasparenza amministrativa e disponibilità
di servizi, i quali riescono ad esprimere “analiticamente le
caratteristiche di ciascun sito e ne misurano il valore in termini
di rispondenza qualitativa”[44].
Per quanto riguarda l'accessibilità, considerato dalle linee
guida governative come un aspetto di prioritaria importanza per
“favorire l'inclusione dei cittadini rispetto ai servizi pubblici
on-line”, dall'analisi risulta che questo è il
requisito che viene, nella media, maggiormente soddisfatto, con
un punteggio di 64,7. Da questo punto di vista, i siti più
accessibili risultano essere quelli del Senato, dell'INPS, del Governo
e del Ministero della Giustizia, ma soltanto 19 siti su 32 superano
il punteggio medio di 60[45].
In merito all'utilizzabilità, che è il requisito relativo
alla reale fruibilità dei siti, “alla facilità
e alla soddisfazione con cui possono essere utilizzati dai cittadini”,
il valore medio comincia già a scendere, raggiungendo un
totale di 52,3 e con soli 13 siti su 32 che superano il valore di
60. I siti che soddisfano di più il requisito dell'usability
sono quelli del Ministero della Sanità, della Camera dei
Deputati, del Ministero del Lavoro e del Dipartimento della Funzione
Pubblica. Un altro requisito interessante è quello della
caratterizzazione istituzionale, quello cioè che “rende
un sito riconoscibile in ogni sua parte in quanto fonte ufficiale
di un'Istituzione”. In questo caso, il valore medio si abbassa
ulteriormente a 47,9: i siti più “caratterizzati”
sono quelli del Ministero delle Finanze, degli Affari Esteri, delle
Politiche Agricole e del Lavoro, ma solamente un quarto del numero
totale dei siti analizzati, cioè 8 su 32, raggiunge la sufficienza
sotto questo aspetto. Come ha sottolineato il portale specializzato
in informazione politica “Polix”, a commento dell'analisi
del Censis, “i punteggi scendono ulteriormente, ben sotto le
soglie della sufficienza, quando poi si parla di trasparenza amministrativa
e di disponobilità di servizi on-line”[46].
Riguardo alla trasparenza amministrativa, infatti, cioè “la
capacità dei siti di soddisfare la più ampia informazione
sui processi reali della P.A.”[47],
il parametro raggiunge un valore medio di 40,8 e pur considerando
che tale requisito si fonda su una serie di servizi che sono tra
i più facilmenti attivabili sul web, cioè quelli puramente
informativi. Sotto questo aspetto, i siti più soddisfacenti
sono quelli della Camera dei Deputati, del Ministero delle Politiche
Agricole e quello della Giustizia: soltanto 7 siti su 32 superano
la sufficienza. Riguardo poi la possibilità di usufruire
di servizi on-line i valori sono ancora più bassi,
anche se si tratta in questo caso di un settore che oggettivamente
è ancora in una fase di sviluppo iniziale e tenendo presente
che soltanto il 31,3% dei siti mette a disposizione dell'utenza
modulistica on-line, percentuale che comunque rende l'idea
dello stato di avanzamaneto dei servizi telematici al cittadino.
Il valore medio che riguarda i servizi on-line raggiunge quota 40,2
e i siti maggiormente “disponibili” sono quelli del Ministero
delle Finanze, dell'INPS, del Ministero del Lavoro; soltanto 5 siti
su 32, comunque, oltrepassano la soglia del valore 60. Pur non mancando
delle punte di eccellenza tra i siti della P.A. italiana, il Censis
precisa a commento dei dati aggregati che dall'analisi “emerge
un quadro piuttosto disordinato, ed una “geografia” dei
siti ancora disorganica, all'interno della quale è difficile
stabilire regole e correlazioni”. Ovviamente, una maggiore
propensione a sviluppare servizi on-line è visibile
in quelle istituzioni che hanno dei rapporti diretti con il cittadino,
come il Ministero delle finanze o l'INPS, anche se “ciò
è vero solamente per alcune di queste istituzioni”.
Facendo riflettere su quanto dicevamo sopra sull'importanza del
ruolo di back-office dell'amministrazione centrale e sulla
reale volontà degli apparati burocratici tradizionali di
superare le “resistenze”, il Censis sottolinea appunto
che “la distribuzione apparentemente casuale dei fenomeni è
in realtà attribuibile soprattutto all'impegno realmente
profuso da ciascun Ente per stabilire la propria presenza on-line.
In sostanza, le istituzioni dello Stato stanno andando sul Web in
ordine sparso, con punte di eccellenza accanto ad imbarazzanti ritardi”
[48].
Riportiamo una tabella pubblicata nello stesso rapporto in cui appaiono
visibili, accanto ai valori medi, anche le punte massime raggiunte,
con l'indicazione degli Enti “all'avanguardia” in questo
senso[49]:
| Indice |
Valore medio |
Valore massimo |
Siti con i valori più alti |
| Accessibilità |
64,7 |
88,6 |
senato.it
inps.it
governo.it
|
| Utilizzabilità |
52,3 |
78 |
sanità.it
camera.it
minlavoro.it
|
| Caratterizzazione istituzionale |
47,9 |
81 |
finanze.it
esteri.it
politiche agricole.it
|
| Trasparenza amministrativa |
40,8 |
82,4 |
camera.it
politiche agricole.it
giustizia.it
|
| Disponibilità di servizi |
40,2 |
90,5 |
finanze.it
inps.it
minlavoro.it
|
Uno degli aspetti caratterizzanti
in negativo i siti della P. A. italiana, poi, è l'estrema
disomogeneità, derivante in linea di massima dall'autonomia
di cui godono i progettisti dei siti web e i loro responsabili.
Tale disomogeneità, come puntualizza il Censis, riguarda
i diversi aspetti presi in considerazione, “dalla struttura
di navigazione all'interfaccia grafica, dalle modalità di
interazione alla disponibilità di informazioni sugli organigrammi
degli enti”[50].
Tale disomogeneità pregiudica, in sostanza, la possibilità
di infondere al cittadino la necessaria fiducia per l'instaurazione
di un rapporto diretto con l'Amministrazione: la riconoscibilità,
cioè, è uno dei requisiti indispensabili affinchè
possa crescere la fiducia in una fonte autorevole e ufficiale, credibile,
istituzionale e al di sopra delle parti. Diversamente da quanto
avviene negli USA, in Gran Bretagna ed in Francia, dove le istituzioni
pubbliche hanno deciso di adottare rispettivamente i domini “.gov”,
“.gov.uk” e “.gouv.fr”, in Italia, purtroppo,
i siti pubblici mancano ancora “della forma di riconoscibilità
più elementare e immediata”, così come manca
un portale universale delle pubbliche amministrazioni, che accelererebbe
di molto la ricerca[51].
A conclusione di questo breve excursus tra i pregi e i difetti dei
siti pubblici italiani, riportiamo i profili grafici pubblicati
dal Censis relativi ai 32 siti analizzati nell'inchiesta[52]
:
Assieme ad un miglioramento della
fruibilità dei siti dell'Amministrazione Centrale è
auspicabile che anche Regioni, Province e Comuni, da tempo on-line
e attivi in questo settore, possano sviluppare la loro propensione
al web e all'offerta di servizi telematici al cittadino, considerando
che molte istituzioni locali, ormai quasi tutte in rete, utilizzano
la loro pagina come una semplice vetrina propagandistica, con poche
informazioni riguardanti i servizi o dati di ordine economico, politico
e sociale e ancor meno sulla composizione degli organi di governo
locale. Anche in questo caso, accanto a punte di eccellenza, si
riscontrano notevoli ritardi, causati soprattutto dalla mancanza
di risorse economiche, riproponendosi quella disomogeneità
tra i siti che non consente all'utenza di prendere seriamente in
considerazione la possibilità di un rapporto telematico con
la propria amministrazione, nemmeno in un futuro tanto prossimo
[53].
Per tornare al discorso generale
sull' e-government, ad Okinawa ed a Napoli sono state messe
in luce le grandi opportunità che offre Internet nello sviluppare
un migliore rapporto con le istituzioni ed aumentare gli spazi di
partecipazione dei cittadini, ma molto dipende dalla volontà
di assumere nuove responsabilità nei loro confronti, garantendo
in primo luogo maggiore accesso alle informazioni, maggiore trasparenza
delle decisioni, maggiore consultazione, i settori per i quali il
Censis, appunto, ha “testato” i siti della P.A. italiana.
Non mancano, poi, problemi di governance e di privacy, nonché
quelli relativi alla accuratezza delle informazioni, alla standardizzazione
delle procedure e alla identificazione degli utenti[54].
In conclusione, vi è ancora
molto lavoro da fare in Europa da parte dei governi per creare le
condizioni legislative e regolamentari favorevoli alla creazione
di reti nazionali, possibilmente integrate all'interno dei paesi
dell'UE. è da ritenere, comunque, che l'ostacolo maggiore
sarà convincere il back-front, costituito dalle singole
amministrazioni, a cambiare mentalità ed a cooperare sul
piano organizzativo a questo cambiamento rivoluzionario: il caso
italiano, dove ad un adeguamento del piano normativo non corrisponde
un avanzamento di quello organizzativo, è emblematico a tal
proposito. In ambito europeo, gli sforzi maggiori dovrebbero essere
compiuti soprattutto nei paesi dell'Est e nei Balcani, mentre, così
come è stato evidenziato nel convegno di Napoli del Global
Forum, occorre farsi carico della situazione del terzo mondo ed
in particolare dell'Africa e di alcune aree marginali dell'Asia
e dello stesso Sud America, anche se, realisticamente, è
lecito prendere atto del fatto che per molti paesi la digitalizzazione
non è poi un problema di così prioritaria importanza
come per altri e se per alcuni vi sono arretratezze e conservatorismi,
per altri vi è un deficit di infrastrutture statatali da
non permettere l'avvio di un discorso di tal tipo.
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