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Tiziana
Olivari I libri di Garibaldi
Cheta è la notte e un placido
Blando chiaror di luna
Luneggia di Caprera
Sulla scogliera bruna.
Ed io fra sogni ruvidi
Calpesto il mio sentier
Parmi calcar solingo
Fra l'ombre e fra mister.
G. Salvi, "Una notte a Caprera" (1891)
“A l'ilustre ciudadano J. Garibaldi, terror
de los tiranos y esperanza de los pueblos, en testimonio de admiración
y amor fraternal, el autor. Una parabla vuestra en honor de nuestra
revolución havria en España un efecto magico”:
il letterato Wenceslau Ayguals de Izco, comandante della milizia
nazionale durante la prima guerra civile spagnola, dedica così
a Garibaldi, nel 1866, un esemplare del suo poema filosofico
El derecho y la fuerza. È una delle tante dediche manoscritte
che arricchiscono i volumi della biblioteca dell'Eroe dei due Mondi
conservati a Caprera[1].
Un primo inventario del fondo fu redatto dal
notaio di La Maddalena Raimondo Altea, nell'ottobre del 1882, a
pochi mesi dalla morte del Generale. Vi sono elencati, tra gli altri
beni, anche 3.866 volumi (il cui valore è calcolato in 4.386
lire): “1.175 volumi di autori diversi; un volume grandioso
contenente gli ornati, le pareti i pavimenti delle stanze dell'antica
Pompei – così riporta l'atto notarile –; un volume atlante
del mare Adriatico; 10 volumi di gran lusso sulle antichità
di Ercolano; un volume numismatico; 2 volumi in grande della Divina
Commedia di Dante Alighieri; un volume in lusso della storia d'Inghilterra
con fotografia; il libro della natura di Fenice Schoedler; la vita
di Fra Paolo Sarpi; 666 opere di diversi autori fra i quali Tasso,
Foscolo, Villani, Ariosto, Alighieri, Dossi [...]. Diverse scritture
lettere e corrispondenze col Generale Garibaldi che ritrovate e
verificate in mezzo a stampati non hanno rapporto al suo stato patrimoniale,
ma contengono memorie, ricordi, note e documenti come si disse di
corrispondenza”[2].
Nel luglio del 1890, dopo diversi dissapori
e liti patrimoniali tra i figli di primo letto di Garibaldi (avuti
da Anita Riberio) Menotti, Ricciotti e Teresita e quelli di secondo
letto (avuti da Francesca Armosino) Manlio e Clelia, fu approvata
una legge con cui la tomba di Garibaldi veniva dichiarata monumento
nazionale[3].
Nello stesso anno il Ministero della Marina, in ottemperanza del
regio decreto del 3 novembre 1866 che considerava Caprera, posta
dinanzi alle Bocche di Bonifacio e al confine francese, necessaria
alla difesa nazionale, ordinò che il Genio Militare di La
Maddalena provvedesse all'esproprio della parte dell'isola di proprietà
di Giuseppe Garibaldi[4]. Nel 1907 vennero dichiarati monumento
nazionale anche i terreni, le case e tutto ciò che era appartenuto
al Generale: al Ministero della Marina fu demandata la redazione
di un inventario di tutti i beni[5], ma durante la sua stesura ci si rese
conto che alcuni oggetti, descritti nell'atto del notaio Altea,
non risultavano più presenti. Ricciotti Garibaldi, che aveva
avuto accesso alla casa per riordinarla in previsione delle celebrazioni
che si sarebbero tenute in occasione del centenario della nascita
del padre, si era premurato di inviare alla Biblioteca Vittorio
Emanuele di Roma alcuni cimeli conservati nella “casa museo”,
“per la migliore conservazione dei medesimi”. Tra questi
figuravano anche “due casse di carte topografiche marittime
e militari [...];
 | | Figura 1: Ex libris di Garibaldi presente nei volumi destinati al panfilo “Princess Olga”. |
altra cassa contenente i libri della goletta
Olga[6] – come si legge nella deposizione
di Ricciotti agli atti del processo intentato nei suoi confronti
da Francesca Armosino e Clelia nel 1909 –; album così detto
dei Mille che però credo contenesse poco più di ottocento
ritratti; due volumi di conti di casa ed altri affari del Generale
Garibaldi ed altri fogli volanti”[7].
A seguito di quelle vicende giudiziarie Ricciotti
fu definitivamente estromesso da Caprera, mentre la Armosino e Clelia
si dichiaravano proprietarie dei beni appartenuti a Giuseppe Garibaldi
e quindi legittimate a disporne. Così nel 1916 ne firmarono
la cessione allo Stato, con la vendita della proprietà e
la donazione degli oggetti personali del Generale. In questa circostanza
fu compilato un inventario particolareggiato dei libri, che furono
catalogati e collocati in appositi scaffali a vetri: “come
tutti gli altri cimeli conservati nel museo – si legge in una relazione
postuma inviata dal sovrintendente dei beni di Caprera al Ministero
della Pubblica Istruzione, per la compilazione delle statistiche
delle biblioteche per il 1950 – non vengono per nessun motivo rimossi
e ciò ad evitare deterioramenti, smarrimenti o manomissioni”[8].
Da un esame dei volumi presenti nel Museo si
rileva che nel corso del tempo essi sono stati sottoposti a diverse
fasi di inventariazione (quasi tutti gli esemplari presentano sulle
coperte etichette di piccolo formato recanti dei numeri manoscritti
e ulteriori numerazioni con matite rosse e blu sui frontespizi)
ma, nella maggior parte dei casi, gli inventari corrispondenti non
sono oggi reperibili, sicchè una stima del nucleo originario
dei libri appartenuti a Garibaldi non è più possibile.
 | | Figura 2: La “Casa di ferro”. |
In un verbale di consegna Degli oggetti,
dei cimeli esistenti nella casa ed adiacenze ove dimorò il
generale Giuseppe Garibaldi a Caprera, stilato nel giugno del
1933 per il Comando Militare Marittimo di La Maddalena, da Nicolò
Calaresu, sovrintendente del Museo, si dichiara che “nel primo
scompartimento a sinistra” della “Casa di ferro”,
sono presenti “uno scaffale a libreria con porte a vetri e
uno scaffale con porta di legno nella parte posteriore [sic]
e con la porta a vetri nella parte superiore”; in nota si riferisce
che “in questi due scaffali sono custoditi n. 4.499 libri diversi,
come da apposito registro a parte”. Anch'esso non è
stato reperito[9].
“Il Generale Giuseppe Garibaldi non ha
mai posseduto una biblioteca e questo lo dice anche l'unica figlia
ancora vivente – così il 29 luglio 1951 risponde Calaresu
al Ministero della Pubblica Istruzione –. I suoi libri li teneva
sparsi un po' dappertutto e quando morì la famiglia li conservò
in Museo assieme agli altri cimeli. Non contengono autografi né
annotazioni di nessun genere”: per cui, conclude laconico il
sovrintendente, “si omette la compilazione e l'invio a codesto
Ministero dei prospetti” richiesti.
 | | Figura 3: Interno del locale adibito a biblioteca nella “Casa di ferro”. |
Nel 1888 Francesca Armosino aveva acquistato
una villa ad Ardenza (Livorno), seguendo il desiderio espresso dal
marito morente di stare vicino al figlio Manlio che desiderava iscriversi
alla Regia Accademia Navale. Nel corso degli anni confluirono da
Caprera a Villa Francesca anche diversi libri, che nel 1954 Clelia
(divenutane unica depositaria dopo la morte della madre) volle donare
al Comune di Livorno ed in particolare alla Biblioteca Labronica.
In questo modo 530 volumi costituirono il primo nucleo del “Dono
di Clelia Garibaldi”. In un secondo tempo la Labronica, ottenuta
una sovvenzione dal Ministero della Pubblica Istruzione, acquistò
tutti gli altri volumi che Clelia aveva fatto trasportare a Livorno:
altri 673 esemplari andarono così ad aggiungersi alla donazione
originaria[10]. Si tratta di “opere ragguardevoli per
rarità e rilegature artistiche, edizioni cinquecentine, libri
del tardo settecento resi preziosi da dediche autografe di autori
celebri o di nomi famosi nella storia e nell'arte”, si legge
nella relazione di Elisa Botti, allora responsabile della Biblioteca[11]. A completare il quadro delle vicende della
biblioteca di Garibaldi andrà precisato che, secondo diverse
testimonianze, Clelia aveva l'abitudine di regalare a chi andava
a visitarla a Caprera scritti, oggetti e volumi appartenuti al padre.
 | | Figura 4: Situazione in cui si trovavano i volumi appartenuti a Garibaldi, prima dell'inizio dell'intervento di recupero del 1999. |
Nel 1975, con l'istituzione del Ministero per
i Beni Culturali e Ambientali, le competenze relative al Museo di
Caprera, soprattutto per interessamento dell'allora ministro Giovanni
Spadolini, passarono alla Soprintendenza ai Monumenti della provincia
di Sassari. Anche in questa occasione fu compilato un elenco dei
volumi conservati nel Compendio con presa in carico dei libri e
apposizione di timbri di appartenenza e numeri di inventario[12]. L'inventario manoscritto registra 2.382 titoli,
che comprendono i volumi appartenuti a Garibaldi, cioè editi
prima del giugno 1882, e quelli appartenuti ai discendenti, in modo
particolare alla figlia Clelia (scomparsa nel 1959).
Dal maggio del 1999 si sta procedendo al recupero
dei 2.700 esemplari superstiti – libri, riviste ed opuscoli – che
giacevano in casse di cartone all'interno della cosidetta “Casa
di ferro”, con seri pericoli di degrado per il loro stato di
conservazione: la maggior parte degli esemplari era già stata
intaccata da roditori e presentava un notevole deterioramento dovuto
all'alto tasso di umidità a cui erano stati sottoposti nel
corso degli ultimi venti anni[13].
 | | Figura 5: Uno dei tanti volumi intaccati da interventi di roditori. |
Separati i libri appartenuti a Giuseppe Garibaldi
da quelli di proprietà dei discendenti, è ora chiaro
che Clelia ha donato e poi venduto alla Labronica gli esemplari
più significativi e di maggior pregio della biblioteca paterna:
a Caprera restano soprattutto libri in brossura, gli Atti Parlamentari
ed una grandissima quantità, circa il 70% dei titoli, di
opuscoli di vario argomento, che presentano un notevole interesse
come testimonianza della circolazione delle idee nell'ambiente pre
e post-unitario[14]. A differenza del fondo conservato a Livorno,
che nel corso degli anni è stato consultato da diversi lettori,
per cui non è possibile stabilire se evidenziature o aperture
di pagine intonse o segnalibri siano originali, quello di Caprera
può dirsi quasi interamente rispondente allo stato in cui
si trovava quando Garibaldi era ancora in vita.
In coda agli inventari ritrovati viene registrata
la presenza di pacchi di pagine e fogli volanti appartenuti a libri
incompleti o deteriorati. Un lavoro quasi certosino di ricostruzione
ha permesso di restringere a sole otto le pagine non attribuibili
ad un titolo specifico.
Da un punto di vista tecnico il risultato del
lavoro catalografico, eseguito per ora solo sui volumi antecedenti
il giugno 1882, è una scheda descrittiva molto particolareggiata
in cui vengono riportate notizie anche sullo stato di conservazione
dell'esemplare, sulle dediche autografe e a stampa, sulle annotazioni
a margine, sulla presenza all'interno di biglietti da visita, di
segnalibri, di fogli, di ex libris, di note di possesso e di ogni
altra notizia utile per portare in luce le modalità della
sua ricezione[15]. Questa operazione garantisce che gli esemplari
presenti nel fondo (né rari, né di particolare valore,
e perciò reperibili in copia e consultabili presso qualsiasi
biblioteca di conservazione) vengano preservati da successive manipolazioni.
A questo scopo è in progetto la digitalizzazione di tutte
le dediche manoscritte.
Il lavoro di recupero, oltre a rendere fruibile
agli studiosi di storia del Risorgimento questo patrimonio, non
potrà che giovare alla ricostruzione degli interessi e delle
letture che Garibaldi coltivò nel periodo precedente il suo
arrivo a Caprera e durante la permanenza nell'isola e a precisare
ulteriormente una larga serie di rapporti con personaggi della politica
nazionale e internazionale che continuò a mantenere anche
dal suo volontario “esilio” nell'isola. Antonino Abate,
repubblicano di tendenza mazziniana ed affiliato a società
segrete, gli mandava tutti i suoi poemetti; socialisti e democratici
come Vincenzo Moscatelli, Leone Mocci, Mario Rapisardi, Alberto
Mario, Mauro Macchi, Quirico Filopanti, Antonino De Bella, Giovanni
Bovio e Cesare Aroldi non mancavano di inviare a Garibaldi i loro
saggi, non solo politici, ma anche letterari e scientifici, corredandoli
di dediche autografe; donne impegnate politicamente come Anna Maria
Mozzoni, tra le prime propugnatrici dell'emancipazione femminile
in Italia, e Alaide Gualberta Beccari, direttrice del periodico
filosocialista “La Donna”, giornaliste che erano state
ospiti a Caprera, come Jessie Withe Mario e Louise Colet, continuarono
ad inviargli nel corso degli anni le loro pubblicazioni. Ammiratrici
straniere, tra cui emergono la colta nobildonna inglese Emma Roberts,
la principessa russa e scrittrice Dora d'Istria, la storica inglese
Emma Blyton e l'amata letterata tedesca Maria Speranza von Schwartz
(che nel 1861 pubblicò sotto il nome d'arte Melena Elpis
la traduzione tedesca delle sue memorie), contribuirono ad arricchire
la biblioteca di Garibaldi non solo con i loro scritti, ma anche
con libri che ritenevano potessero interessarlo. Personaggi che
avevano combattuto a fianco del Generale si sentirono in obbligo,
una volta tornati alla vita quotidiana, di dedicargli i propri scritti:
primo fra tutti il tenente Enrico Albanese, suo medico personale,
seguito dal memorialista dei Mille Giuseppe Bandi, dal caporale
Giuseppe Barberis, dall'agrimensore Paolo Bovi, da Andrea Canini,
autore tra l'altro della popolare Addio mia bella, addio,
da Salvatore Pastiglia e Luigi Orlando, due degli organizzatori
della spedizione dei Mille, dai letterati Riccardo Ceroni e Nicola
Palermo, dall'ingegnere idraulico Giovanni Falleroni e dal conte
Tito Livio Zambeccari, suo compagno di lotte nella guerra del rio
Grande do Sul.
Nella biblioteca sono conservati testi in diverse
lingue. Garibaldi – è noto – parlava perfettamente cinque
lingue: oltre all'italiano e al francese, in America Latina aveva
imparato ad esprimersi in spagnolo e in portoghese, ed i suoi biografi
sostengono che parlasse anche un ottimo tedesco. Lui stesso si rammaricava
di non conoscere l'inglese, ma pare non facesse molto per impararlo:
le grammatiche conservate nella sua libreria sono infatti tutte
intonse[16].
Interessante è la presenza, nella biblioteca,
di opere di ispirazione anticlericale, come Jésus devant
l'histoire n'a jamais vécu di Louis Ganeval del 1874
o l'anonimo Le Maudit messo all'indice appena edito nel 1864.
Tra le opere straniere emergono gli scritti dell'esule russo Alekandr
Ivanovic Herzen e della celebre “infermiera” Florence
Nightingale, conosciuti a Londra rispettivamente nel 1864 e nel
1874, del generale austriaco Franz Kuhn, suo avversario nella battaglia
di Bezzecca, del massone e comunardo Hector France, del filosofo
politico Eugenio García Ruiz e della pedagogista Augustine
Girault, che nel 1869 invierà una sua pubblicazione dedicandola
“aux petits infants du Général Garibaldi”[17].
Curioso è il fatto che nella biblioteca
restino solo pagine sparse di settimanali: a Caprera era radicata
l'abitudine di pranzare sui giornali (che per altro arrivavano “a
mucchi”) al posto della tovaglia[18]. A riprova dell'uso che veniva fatto dei rotocalchi,
in un deposito del Museo, situato dietro la stalla, si trova conservato
un parafiamme da caminetto interamente rivestito con illustrazioni
ritagliate da giornali del tempo e raffiguranti episodi della vita
di pace e di guerra di Garibaldi.
La presenza nel fondo di testi di argomento
militare strategico, opere sulle armi da fuoco, sulle tattiche,
carte geografiche e topografiche dei luoghi delle sue battaglie
è data quasi per scontata tra le letture di un grande condottiero[19]. Compatibile è anche la serie dei 38
volumi degli Atti Parlamentari e gli opuscoli di discorsi dei deputati
e senatori sia dello schieramento governativo sia soprattutto dell'opposizione,
come Federico Seismit-Doda, Pietro Sbarbaro, Medoro Savini, Giuseppe
Sanna-Sanna, Adriano Mari, Davide Levi, Angelo Giambastiani, Pietro
Leali, Agostino Magliani, Quintino Sella e molti altri.
Insieme al conte fiorentino Francesco Aventi
Garibaldi aveva elaborato nel 1870 un progetto di colonizzazione
della Sardegna che prevedeva un piano di bonifica per risanare i
terreni infestati dalla malaria attraverso un vasto programma di
lavori idraulici. Nel 1874, da deputato, Garibaldi si occupò
anche della bonifica dell'agro romano e preparò un progetto
per la navigabilità del Tevere che avrebbe poi sostenuto
alla Camera. Questi obiettivi giustificano la presenza nella biblioteca
di un alto numero di pubblicazioni di idraulica, di relazioni e
progetti su opere di bonifica già attuate in altre parti
d'Italia e di trattati di medicina sulla malaria[20].
Un numero considerevole di libri di matematica,
astronomia, geografia e diritto commerciale va ricollegato invece
al fatto che la conoscenza di queste discipline era necessaria per
il conseguimento del diploma di capitano della marina. Del resto
la padronanza della matematica tornò utile a Garibaldi quando,
trovandosi per brevi periodi a dover escogitare qualcosa per guadagnarsi
da vivere, in particolare a Costantinopoli nel 1828 ed in America
Latina nel 1841, insegnò aritmetica nelle scuole[21]. L'astronomia divenne poi un suo hobby, tanto
che a fianco della casa di Caprera costruì una capanna da
utilizzare come osservatorio[22].
Quando nel 1831 fu giustiziato il patriota modenese
Ciro Menotti, Garibaldi si trovava imbarcato su una nave mercantile
in navigazione nel Mar Nero[23]: questa notizia lo turbò profondamente,
tanto che appena raggiunse un porto italiano cercò libri
ed opuscoli rivoluzionari che lo informassero sui martiri e sulle
motivazioni del loro impegno politico. Le esecuzioni del 1833 dei
patrioti in Piemonte furono quelle che, secondo Jessie White Mario,
lo portarono ad abbracciare le idee mazziniane.
Nel 1833 Garibaldi venne a contatto con il socialismo
saint-simoniano, di tendenza pacifista, nato all'inizio del XIX
secolo in contrapposizione a quello rivoluzionario di Babeuf e di
Buonarroti. Già nel 1828, quando si trovava in viaggio verso
Costantinopoli, David Barrault, deputato liberale al Parlamento
francese, gli aveva donato la propria copia de Il nuovo cristianesimo
di Saint Simon, che Garibaldi conservò per tutta la vita[24].
A Rio de Janerio nel 1844 Garibaldi strinse
un altro legame destinato a durare tutta la vita: si affiliò
alla massoneria. Dopo il 1860 fu eletto Gran Maestro onorario dei
Massoni d'Italia e membro sempre onorario di molte logge italiane.
Nel fondo, oltre a parecchi numeri del “Bollettino del Grande
Oriente della Massoneria in Italia”, figurano titoli di Lewis
Hayden, Luigi Stallo, Carlo Sperandio, Camillo Finocchiaro Aprile,
Raffaele Scarrozza, Bartolomeo Odicini (direttore dell'Hospital
de la Legion italiana a Montevideo nel 1843 e medico della famiglia
Garibaldi) e altri teorici della massoneria internazionale[25].
Non dimentichiamo che i circoli massonici e le società operaie
contribuirono notevolmente a dare impulso alla raccolta dei fondi
che avrebbero reso possibile la ripresa del patriottismo attivo
dopo il 1861: così statuti e regolamenti di società
di mutuo soccorso ed operaie, a cui Garibaldi aderiva in genere
in qualità di socio onorario, appaiono copiosi nei suoi scaffali,
talvolta personalizzati per il patriota nizzardo con dediche incise
in oro sulle coperte[26]. Numerose
sono anche le pubblicazioni il ricavato delle cui vendite sarebbe
andato a favore di asili infantili, di danneggiati da catastrofi
naturali e da guerre, e per l'acquisto di armi[27].
Anche se ne restano pochi titoli nella biblioteca
di Caprera, gli autori classici e anche i grandi narratori romantici
interessarono Garibaldi. Tra i romanzi primeggiano le opere di Alessandro
Dumas, assieme a quelle di Victor Hugo, a cui tra l'altro aveva
dedicato il suo lungo Poema autobiografico in versi. Dante,
Leopardi, Alfieri e Tasso furono forse le sue letture predilette,
accanto a parecchi volumi di narrativa straniera. Significativa
è la presenza di una cinquantina di titoli della “Collection
of British authors” nell'edizione tedesca di Lipsia interamente
donatagli dal colonnello John Chambers e dalla moglie Emma, amici
di Clara Emma Collins (proprietaria di una parte di Caprera), quando
nel 1862 si trattennero a lungo nell'isola, durante la convalescenza
dell'eroe, per cercare di convincerlo a tornare in Inghilterra[28].
Nella biblioteca del Generale figurano anche
diverse opere di autori sardi. All'isola Garibaldi era legato sia
come deputato (era stato eletto al Parlamento Subalpino anche nella
circoscrizione di Ozieri) sia come cittadino onorario di Sassari
(l'onorificenza gli venne conferita dal sindaco Simone Manca di
Mores nel 1861). Probabilmente fu il senatore Giovanni Spano, canonico
e professore all'università di Cagliari, di orientamento
liberale, ad inviargli il catalogo del regio Museo archeologico
di quella città. Giovanni Battista Tuveri, singolare figura
di democratico e pensatore politico sardo, gli fece forse pervenire
il suo Della libertà e delle caste del 1871. Fra gli
altri autori figurano l'impresario Luigi Falqui Massidda con la
sua Illuminazione della città di Cagliari del 1877;
il deputato liberale cagliaritano Giovanni Siotto Pintor con l'opuscolo
su I vantaggi dell'alleanza italo-prussiana del 1867 e il
trattato del 1873 di Giacomo Messedaglia Sulla distruzione delle
cavallette in Sardegna, che gli tornò sicuramente utile
per la sua attività di “agricoltore”.
 | | Figura 6: Dedica autografa a Garibaldi di Thomas Greenbury autore del volume |
Se nei documenti e nei censimenti Garibaldi
si qualificava “agricoltore” non si deve pensare ad una
civetteria. A Caprera aveva creato una piccola azienda autosufficiente
che bastava a sostenere una modesta comunità, al centro della
quale era la sua famiglia. Lezioni di agricoltura pei contadini
con molte figure nel testo, Lo stato e l'allevamento equino,
un opuscolo sulla produzione del ghiaccio artificiale, il Trattato
completo di agricoltura compilato dietro le più recenti cognizioni
scientifiche e pratiche dell'agronomo Gaetano Cantoni sono presenti
in catalogo assieme all'Istruzione pratica sul modo di fare il
vino e conservarlo, al manuale per La cultura e l'astrazione
dell'olio dall'arachide, all'opera di Giuseppe Piccaluga sull'arboricoltura
sarda edita a Cagliari nel 1862, e a molte altre pubblicazioni che
restano a testimonianza del grande lavoro con cui Garibaldi trasformò
Caprera impiantandovi vigneti, oliveti, alberi da frutto ed allevando
bestiame.
Quando nel 1863 andò a trovare Garibaldi
a Caprera, Michail Bakunin osservò i componenti della comunità
“mentre lavoravano i campi in giacca di tela dal colletto aperto
e camicia rossa, o macinavano il grano, o riposavano stesi sulle
rocce in pose pittoresche”: “il modello di una repubblica
democratica sociale, quasi un'eco (nell'anima ottocentesca il romanticismo
era duro a morire) dell'isola del pirata nel Corsaro di Byron”[29].
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