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Angelo
Varni Garibaldi oggi Ritornare oggi, sulla soglia di un nuovo secolo
anzi di un nuovo millennio, al ricordo della personalità
eroica di Garibaldi,
rischia di tradursi in un'anacronistica rievocazione di antiche
epopee in camicia rossa ormai consegnate alla cassaforte dei ricordi
storici della nazione; o peggio ancora, in consunti esercizi retorici
tanto facili da pronunciare quanto incapaci di uscire dagli schemi
di una consuetudine celebrativa, dove la personalità del
Generale si pietrifica in una monumentalità più magniloquente
che espressiva per la società inquieta e convulsa in cui
viviamo.
Già, perché il punto fondamentale
di ogni riflessione sulla storia deve di necessità risiedere
nel sapere di volta in volta rivolgere al passato le domande scaturenti
dalle esigenze del presente: non certo per trovare negli antichi
eventi le auspicate soluzioni; bensì per ripercorrere a ritroso
la concatenazione delle vicende che ha portato ai fenomeni via via
emergenti nei diversi momenti attraversati dalle generazioni succedutesi,
fino a coglierne le variabili più durevoli e a dibatterne
le ragioni meno effimere.
Appare, quindi, fondamentale, nel
porsi di fronte alla figura dell'eroe dei due mondi, provare a chiedersi
quali sintonie sono possibili tra i messaggi ideali trasmessi dal
suo agire e l'accelerato pulsare dell'attuale realtà in trasformazione
all'insegna dell'esplosione tecnologica, delle cadute ideali, delle
reti informative che appaiono avvolgere un'umanità tendenzialmente
omogeneizzata, eppure solcata da incolmabili difformità e
da arcaiche rivalità.
In tale prospettiva, forse, finisce
per essere meno importante paradossalmente il suo ruolo decisivo
nel fondare, armi in pugno, lo Stato unitario, accettando i compromessi
con altre forze, misurando gli obiettivi con il possibile, trascinando
uomini e cose in una dimensione, ad un tempo, eroica e concreta,
rivoluzionaria e riformista. Azioni, tutte, certamente ancora da
ribadire quali elementi costitutivi dello Stato in cui viviamo e
da interpretare negli effetti che produssero sul tipo di unità
allora costruita. Ma che è sempre più tempo di lasciare
al dibattito storiografico o a ricorrenti e ripetitive discussioni
strumentalmente originate da svariate motivazioni politiche contingenti.
Ed allo stesso modo perde di consistenza evocativa – nell'intiepidirsi
delle passioni ideali e nell'annebbiarsi del senso etico della politica
di questo trapasso di secolo – l'appassionato schierarsi pro o contro
le scelte delle diverse correnti partitiche che vollero annettere
alle loro fila l'impegno garibaldino, tra monarchia da lui concretamente
aiutata, mazzinianesimo mai accolto nella sua totalizzante religiosità,
socialismo vissuto niente più che come anelito di giustizia,
massoneria intravista, ben oltre la sua puntigliosa ritualità,
soprattutto come elemento unificante le forze emancipatrici internazionali.
E così ancora non trovano più ascolto le aspre invettive
scambiate tra Garibaldi e la Chiesa di Roma, tutte interne ad una
funzione politica del Papato completamente tramontata o comunque
priva dei contenuti reazionari dell'800 italiano.
Ciò che, invece, mi pare
ancora in grado di parlare ai giovani del 2000 è quanto sta,
per così dire, all'origine delle sue scelte “risorgimentali”:
quello straordinario impasto, cioè, di razionalità
illuminista, cosmopolita e umanitaria e di appassionato fervore
romantico proteso ad identificare l'avventura personale di ogni
individuo con la dedizione al progresso complessivo dell'umanità.
Un progresso che non aveva nulla di materialismo positivistico;
bensì tutto interiore allo spirito di ciascuno e a quello
delle comunità nazionali, quasi elemento insito nella naturalità
stessa dell'umanità. Ecco appunto la nazione affiorare da
questo crogiolo ideale e progettuale come espressione prima e insopprimibile
della stessa essenza della famiglia umana, con la medesima evidenza
con cui a Garibaldi pareva indispensabile adeguare i ritmi della
vita individuale e collettiva a quelli della natura.
Una natura vissuta quale metro di
riferimento uniformante; misura delle potenzialità dell'uomo,
dei suoi limiti e delle sue espansioni; fonte primaria di sopravvivenza
e, ad un tempo, suprema ispiratrice di una concezione della vita
depurata da ogni intellettualismo e da ogni gerarchia di valori
artificiosamente costruita al di fuori della più completa
rigenerante immersione nell'ordine naturale. Una natura, si può
affermare, intesa con valenza simile a quella della classicità,
consentendo a Garibaldi di appropriarsi del più tipico bagaglio
politico-culturale del romanticismo ottocentesco per vie diverse
rispetto a quelle della maggior parte dei suoi contemporanei, facendosene
così interprete senza lasciarsene soffocare ed essere quindi
– come ha detto Giosuè Carducci all'indomani della morte
del Generale – “guerriero di avventura senza spavalderie, eroe
senza pose” e, si può aggiungere, protagonista della
realtà politica e culturale dei suoi tempi senza gli eccessi
di un'artificiosa passionalità fine a se stessa e paga di
gesti simbolici.
Basta, a questo proposito, rammentare
il rifiuto del cospirativismo mazziniano, illuso dell'esistenza
di un'innata volontà rivoluzionaria delle masse e produttore
di sanguinarie reazioni dei governi al potere e di speranze deluse.
“Le masse italiane – spiegava Garibaldi nel '54 – io le conosco
meglio di Mazzini, ho vissuto in mezzo a loro la loro vita. Mazzini
conosce l'Italia colta e ne domina gli spiriti, ma con essi non
si mette insieme un esercito per scacciare gli Austriaci e il papa;
per le masse, per il popolo italiano, v'è una sola bandiera,
l'unità e la cacciata degli stranieri”.
Ecco come allora il classicismo
naturalistico di Garibaldi si fa, in parallelo, strumento di percezione
della semplicità del vivere e del sentire delle masse popolari
di quell'Italia agricola, legata ad antichi sentimenti, ad istintive
pulsioni di autogoverno e di giustizia, dove la fatica dei campi
da sempre si accompagnava a mitici sogni liberatori affidati ad
eroi sereni e lungimiranti, semplici come i popolani, delle loro
ansie partecipi e per lo più provenienti dalle inesplorate,
misteriose e perciò stesso invincibili lontananze dei mari.
E costui non era proprio Garibaldi?
Ad un tempo, nei lunghi decenni della sua esistenza inimitabile,
marinaio soprattutto, ma pure negoziante e maestro di scuola, lavoratore
della terra e cospiratore, generale, corsaro, dittatore, liberatore
di popoli e scrittore di romanzi; seguito sempre come un dio da
masse attente ai suoi voleri e ai suoi obiettivi, ma perché
egli ne personificava i desideri profondi ad una convivenza civile
e ad una guida politica, per le quali si diventasse cittadino tramite
l'onestà e il coraggio personali, si costruissero Stati attenti
a eliminare le ingiustizie sociali, si coagulassero convivenze nazionali
e internazionali ispirate alla semplicità armoniosa della
natura. Per suo tramite, dunque, il Risorgimento fu anche del
popolo: i valori di democrazia, di liberalismo, di virtù
civiche, di stato di diritto, di nazionalità, furono percepiti
pure di là dalla cerchia degli intellettuali, potendo le
masse accoglierli attraverso la mediazione degli schemi tipici della
cultura più tradizionale, senza preoccuparsi delle inevitabili
contraddizioni. Che era, poi, l'unica strada possibile, ben compresa
da Garibaldi – e forse solo da lui – per diffondere il Risorgimento
fin dentro i rivoli più riposti della vita comunitaria degli
Italiani. Così – come ebbe a scrivere uno storico anglosassone
– “il movimento garibaldino dette agli operai italiani e perfino
ad alcuni contadini, il senso della partecipazione ad un grande
rinnovamento storico. Ad un patriottismo senza settarismi partitici;
ad un riformismo sociale senza rivoluzioni classiche; ad un liberalismo
senza dottrinarismi liberisti; ad un'idea nazionale senza egoismi
nazionalistici; ad un coraggio civile e ad una virtù militare
senza militarismi e precostituite gerarchie”. Questo fu, poi,
il modo, da troppi irriso a causa della indeterminatezza ideologica,
per trascinare gli Italiani, immersi nella loro emarginazione politica
ed economica, dentro il flusso della grande civiltà europea
in cammino. Volutamente tenendosi fuori dalle rigidità dei
partiti e delle sette; bensì sempre guardando con partecipazione
alla dialettica parlamentare come espressione suprema della democrazia,
unico luogo di decisione – una volta cessato il momento supremo
della lotta armata contro lo straniero – per realizzare le riforme
concrete in campo fiscale, infrastrutturale, elettorale, come sul
terreno dei diritti civili contro la pena di morte e per l'emancipazione
femminile, di cui lo stesso Generale seppe a più riprese,
nell'ultimo ventennio della sua vita, farsi promotore. Per lui,
dunque – e per questo fu del popolo e col popolo – l'esistenza di
ciascuno di noi, dall'umile artigiano al più potente uomo
di Stato, significava ubbedire con semplicità all'imperativo
etico di una natura identificantesi con le aspirazioni universalistiche
dell'umanità tendente inevitabilmente ad un progresso fatto
di individui e di nazioni più libere e più giuste.
Chiamato di volta in volta a ricoprire la parte dell'eroe e del
modesto lavoratore, della guida delle masse o del prigioniero, del
simbolo della gloria o dell'afflitto sofferente per le ferite fisiche
e morali: come appunto accadde a Garibaldi, che in nessuno di questi
momenti così difformi si abbandonò all'euforia o alla
disperazione, alla iattanza o alla sterile deprecazione, ma sempre
seppe osservare il frangersi naturale degli eventi con quello sguardo
sereno e pacato con cui tutta l'iconografia popolare ha giustamente
voluto ritrarlo, quasi un padre che sa con saggezza guidare i figli
verso il loro destino.
Viene in mente a questo proposito
– ed è una concessione alla retorica d'altri tempi che spero
mi perdonerete – l'immagine con cui Edmondo De Amicis nel 1900 chiudeva
la sua rievocazione, quasi summa, più luminosa e ad un tempo
malinconica, di tante altre susseguentesi in vita e in morte del
Generale: “Rimani dunque eternamente nella tua roccia solitaria,
bello, biondo, superbo come negli anni fiorenti della tua giovinezza,
col tuo viso splendido e dolce di redentore, sorridente dai profondi
occhi celesti, con le braccia erculee incrociate sul petto vermiglio
e i capelli d'oro e il mantello grigio dati al vento, e passi reverente
ai tuoi piedi, rispecchiando la tua grande immagine, l'onda infinita
della posterità”.
Anche la sua e per questo
nostra Caprera, dunque, a contribuire a dare plasticità
visiva e sentimentale a quanto detto in merito alle sue scelte di
vita; questa sorta di “nave di roccia” – è la suggestione
di Giovanni Spadolini – dove ritrarsi a contatto con il fluire degli
elementi (“Sulle tue cime di granito, io sento – è il
poeta
Garibaldi a cantare – di libertade l'aura, e non nel fondo
Corruttor delle Reggie, o mia selvaggia Solitaria Caprera”)
e da dove ripartire per nuovi destini di libertà in equilibrio
fra gli infiniti spazi della natura e le esigenze di emancipazione
degli oppressi. Secondo quanto ebbe a dire all'amico Herzen: “che
c'è di meglio della mia idea, che c'è di meglio che
raggrupparsi ad alcuni alberi di nave, e scorazzare l'oceano, temprandosi
nella dura vita del mare ...? Una rivoluzione navigante, pronta
ad attraccare a questa o a quella sponda, indipendente e irraggiungibile”.
Interprete, in tal modo, di un vento
di libertà trasmigrante da un continente all'altro, dalle
pampas ai campi di Digione, fino ai convegni di pace di Ginevra
o agli incontri nella Londra politica del '64, impazzita per questo
campione di un'altra Europa più alta delle meschinità
della diplomazia quotidiana e messaggero di un ideale di superiore
purezza.
Una personalità, questa,
tutta inscritta, certo, nella dimensione culturale e sentimentale
dell'800 italiano ed europeo. Quando l'anelito libertario dell'89
aveva ben imparato a coniugarsi con le aspirazioni nazionali e queste
si sostanziavano di impulsi alla libertà contro tutte le
oppressioni, di crescita spirituale dei popoli, di romantici empiti
verso il progresso collettivo, presto raccolti e fatti propri da
una nuova razionalità positivista e cosmopolita, funzionale
al decollo economico dei vari paesi, ma anche alla crescita di nuove
solidarietà internazionali fra le classi sociali sfruttate
da tali meccanismi di sviluppo e quindi alla ricerca di diversi
equilibri di giustizia. Garibaldi – come detto – seppe cogliere
a pieno e riassumere nella sua personalità tutti i fremiti,
gli obiettivi, gli atteggiamenti della gente comune di fronte a
simili eventi politici e culturali.
Ma proprio per questa sua immedesimazione
totale egli può a pieno titolo rappresentare il tramite più
valido perché l'uomo di oggi riesca a dialogare con e a riflettere
su i significati meno caduchi di un secolo, l'800 appunto, ben lontano
dal cessare di farci giungere gli echi profondi delle sue elaborazioni
intellettuali e delle sue proposte etico-politiche.
E allora, forse, perde ogni coloritura
enfatica tornare alla concezione di nazionalità, in
tempi in cui, da un lato, veniamo condizionati da un internazionalismo
di maniera e di buoni sentimenti, in realtà indirizzato a
farci accogliere senza discussione le esigenze di una globalizzazione,
dove su reti informatiche di mercati virtuali passano simboli economici
e finanziari privi di riferimento alla concretezza delle cose, degli
uomini, delle idee; e d'altra parte, comunque, e forse per inevitabile
reazione, i localismi più spinti basati sugli istinti arcaici
della razza, delle malintese fedi religiose, della stanzialità
territoriale trovano consensi generalizzati e giungono ad alimentare
rabbiosi e dilaceranti conflitti, nei quali il solo riferimento
all'idea di nazione suona offensivo per quanti ne hanno appreso
il senso di liberazione e di armoniosa convivenza fra i popoli nelle
parole e negli atti degli uomini del Risorgimento e su tutti, naturalmente,
di Garibaldi.
Così, ancora, diventa importante
richiamare il senso più vero del concetto di democrazia,
in tempi nei quali tutti vi si appellano, finendo per consumarne
l'ansia di uguaglianza, di liberazione, di appassionata partecipazione
al suo realizzarsi, in rituali in cui il fecondo confronto tra i
partiti scade a mediocre gioco partitocratico o, peggio, a ostinata
difesa di interessi corporativi e personali. In cui, da ultimo,
nessuno pare più ricordarsi di quanto ebbe a scrivere uno
storico tedesco dell'800 rammentando ai suoi contemporanei di quell'Europa
già considerata in crescita tumultuosa: “che anche in
tempi grandemente civili la santa energia d'una passione primitiva
è una potenza fra gli uomini”. Che cioè solo
riaccendendo nei cuori la fiamma dei grandi valori, degli ideali
supremi, delle battaglie di principio, la democrazia può
tornare ad essere – come fu in ogni momento della vita di Garibaldi
– impegno civile e promessa di avvenire. In questo senso il messaggio
del Generale
deve restare ancora vivo nel presente e nel futuro e anche senza
dire con De Amicis che “Dante gli avrebbe dedicato un canto,
Michelangelo una statua, Galileo una stella”, gli Italiani
possono continuare ad amarlo come cardine fondamentale della loro
più elevata coscienza collettiva.
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