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Alberto Malfitano
Alle origini della politica di tutela ambientale in Italia. Luigi Rava e la nuova Pineta “storica” di Ravenna

Esistono luoghi in cui una comunità tende a identificarsi. Ve ne sono alcuni che operano su vasta scala, nazionale;[1] altri, più modestamente, sono simboli di appartenenza locale. Nel caso della pineta di Ravenna, si può parlare di entrambi i fattori: il bosco[2] secolare che si stende a pochi chilometri dalla città, verso il mare Adriatico, costituisce una scenografia talmente familiare da essere entrata a far parte da tempo dell’essere locale; d’altronde, la pineta è stata cantata da numerosi letterati, tra cui due padri della cultura italiana, Dante e Boccaccio, che le hanno fornito una sorta di gloria immortale che va ben al di là degli angusti limiti romagnoli.[3]

Una tale identificazione, circoscritta o ampia che sia, in un luogo fisico ben definito, non è dovuta solo alla consuetudine o alla gloria letteraria: nel passato vi è stata un’operazione che ha lucidamente perseguito lo scopo di fare della selva ravennate un luogo simbolico delle memorie storiche e letterarie italiane.

Questa operazione è stata condotta in prima persona da Luigi Rava, deputato, ministro e poi senatore del regno d’Italia tra la fine dell’Ottocento e la prima parte del secolo successivo.[4] Rava, eletto per la prima volta nel 1891 nel collegio che era stato dell’illustre suocero, Alfredo Baccarini, fu ispirato dal dibattito che si svolgeva a fine secolo attorno alle sorti dell’antica pineta di Ravenna, erede, secondo una tradizione non suffragata da prove, del bosco romano contiguo alla vicina Classe. Di certo, il bosco poteva vantare una storia quantomeno plurisecolare. Dante l’aveva citata nella Divina Commedia e Boccaccio, per citare i due autori più famosi, vi aveva ambientato la novella di Nastagio degli Onesti del Decamerone. Altri documenti ne suffragano un’origine antichissima anche se difficile da collocare con esattezza. Comunque sia, la pineta costituiva un elemento caratteristico del paesaggio ravennate fin dai tempi remoti, e aveva raggiunto la sua massima espansione, circa seimila ettari, a fine Settecento. Fu con l’arrivo delle truppe di Napoleone Bonaparte che cominciarono i guai.

Figura 1: Regione Emilia-Romagna - Provincia di Ravenna
(Ingrandimento)

La rivoluzione negli assetti terrieri, che seguì le truppe napoleoniche nel 1796-’97, tolse alle grandi abbazie ravennati la proprietà su vastissimi territori, tra cui il bosco, che fu in parte venduto e in parte avocato allo Stato, privando la popolazione minuta di importanti diritti civici.[5] Ben presto la fascia verde che copriva l’intera costa comunale si assottigliò e fu interrotta in vari punti, sia a causa del deperimento dovuto all’incuria sia per alcuni tagli indiscriminati a fine speculativo. Senza ripercorrere le tappe di un processo già studiato,[6] basti ricordare che nel 1880, dopo un’eccezionale gelata che si era sommata ai numerosi danni causati dall’uomo, la pineta era ridotta a poco più di duemila ettari di estensione.[7]

Figura 2: Provincia di Ravenna - Centri abitati e Pinete
(Ingrandimento)

Si fece allora acceso il dibattito sulle sorti del bosco residuo, tra chi avrebbe voluto conservare il luogo che aveva ispirato scrittori e poeti e aveva ospitato tanti eventi storici, e coloro che ritenevano più utile soddisfare la fame di terra dei numerosi braccianti bisognosi di lavoro.[8] Bonifiche e crisi agraria avevano creato una massa di lavoratori della terra poveri e bisognosi di un salario, in buona parte organizzati in cooperative, che premevano sul territorio, sui partiti e sulle istituzioni, per ottenere lavoro. In tali condizioni, anche gli spazi spesso poco fertili della pineta diventavano appetibili per le organizzazioni socialiste e repubblicane. L’ostilità da parte degli eruditi locali scoraggiava tuttavia un taglio completo, e la situazione di sostanziale impasse tra le due opinioni impediva che la questione trovasse una soluzione definitiva.

Figura 3: Ravenna e Pinete
(Ingrandimento)

È a questo punto che si inserisce l’azione di Luigi Rava. Deputato di uno dei collegi più turbolenti della realtà socio-politico italiana, in quella Romagna che godeva di pessima fama presso gli ambienti governativi che la consideravano una zona di irriducibile sovversivismo, Rava apparteneva ad una classe dirigente indecisa se affrontare il problema dell’inserimento delle masse popolari nel giovane stato unitario con il pugno di ferro della repressione poliziesca o con aperture liberali. Il corso della sua vita politica dimostrò quanto fosse consapevole dell’inutilità della reazione, tanto che in età giolittiana avrebbe ricoperto anche importanti incarichi ministeriali.[9]

Rava cominciò ad interessarsi alla questione della pineta con una progressiva presa di coscienza delle ampie potenzialità che l’argomento gli avrebbe permesso di sviluppare. Nel corso degli anni Novanta presentò dapprima un’interpellanza al ministro dell’Agricoltura, senza ottenere riscontro; pronunciò poi un discorso alla Camera e, infine, scrisse un articolo sulla prestigiosa Nuova Antologia per proporre la sua visione del problema. Andiamo per ordine.

Il discorso del 1896 alla Camera riprende i temi dell’interpellanza. In esso Rava mostra la prima caratteristica della sua azione, che rimarrà costante fino alla sua morte: nonostante l’apparente volontà di tutela, non è la pineta storica di Ravenna, nei due tronconi superstiti di Classe e di San Vitale,[10] a qualche chilometro della costa, al centro della sua attenzione. Lo è invece quella lunga fascia di terreno che si estendeva tra le pinete ancora in piedi e il mare. Si trattava dei cosiddetti arenili, ossia di un territorio in cui paludi poco profonde (le cosiddette “pialasse”) si alternavano a zone di terraferma, a dune, a larghe bassure asciutte su cui crescevano soprattutto arbusti e una vegetazione sporadica. Questa striscia di territorio, formatisi recentemente per la regressione del mare, era formalmente di proprietà statale, ma nella pratica era concessa in enfiteusi, fin dal 1822, alla famiglia Pergami-Belluzzi, che aveva brillato per la trascuratezza in cui la manteneva.[11] Occorreva, secondo Rava, che lo Stato ne tornasse pieno proprietario per potervi far crescere una nuova selva.

Perché una tale impostazione del problema e non invece un’esplicita richiesta di tutela del bosco sopravvissuto? Probabilmente perché Rava era conscio che il problema dell’antica pineta coinvolgeva le maggiori forze sociali e politiche di Ravenna; occorreva allora un’estrema delicatezza nell’affrontarlo senza urtare troppi interessi contrapposti. Spostare l’attenzione sul rimboschimento degli arenili permetteva invece di accontentare, almeno sul piano teorico, sia chi voleva il taglio della vecchia pineta sia chi voleva preservarla.

Nel discorso del 1896 come nell’articolo del 1897, Rava chiese pertanto che lo Stato rientrasse in possesso degli arenili e vi piantasse la nuova pineta. Cambiava solamente l’accento posto sulla motivazione: mentre nel discorso il deputato romagnolo si soffermava su questioni di diritto, invocando la conclusione per l’abuso ai danni della collettività da parte degli affittuari, nello scritto successivo compaiono i primi decisi richiami alla particolare aura del bosco ravennate:

Chi ricorda o legge il nome della città antichissima, nella quale la storia tanta luce di memorie illustri riverbera e l’arte tanta ricchezza di monumenti racchiude, corre spontaneo colla mente alla pineta famosa, da cui Dante trasse l’ispirazione pel mirabile quadro del paradiso terrestre e Byron argomento ai carmi più caldi e inspirati, quando gli amori colla bella Guiccioli lo trattenevano dolcemente a Ravenna. La pulcherrima pinus di Virgilio ebbe sempre grande tributo di ammirazione dai poeti e dalle anime poetiche; e grandissimo ne ebbe la selva meravigliosa che perde nel buio delle antiche leggende il ricordo delle sue origini ed entra solennemente nella storia documentata, nell’anno 476, quando, cioè, l’Impero romano spira, si può dire, fra il verde e l’ombra degli alti suoi pini, l’anima ormai troppo avvilita.[12]

Sono le radici storiche e letterarie della cultura italiana, cioè larga parte dei motivi su cui poggia l’unità nazionale, che vengono qui evocate assieme ad altre che da Teoderico arrivano fino a Garibaldi. Per quanto la concezione del bosco come luogo simbolico, scrigno delle memorie patrie, fosse stato anticipata dagli eruditi ravennati nella polemica degli anni precedenti, è Rava il primo a farla propria per portarla alla ribalta nazionale. La pineta viene investita di un ruolo fino ad allora sconosciuto: un mantello di sacralità ne legittima l’esistenza, al di là di ogni considerazione economica e sociale poiché, scrive Rava, il bosco che è stato lo scenario di fondamentali passaggi della storia italica e della sua poesia, non può essere abbandonato. È una nobilitazione inattesa che, a sua volta, ha un’importante conseguenza: la pineta, sotto questa nuova veste, si astrae fino a divenire un simbolo dell’identità nazionale, “un luogo che sembra incarnare la bellezza italica per eccellenza”,[13] in cui riconoscersi non più solo come ravennati, ma come italiani. L’opera del deputato ravennate fece presa sull’uditorio nazionale, che proprio in quegli anni cominciava a scoprire, ovviamente in quella fascia ristretta di popolazione che poteva permettersi una tale operazione, il fascino dei beni culturali e ambientali. Come ha scritto Luigi Piccioni,

a cavallo tra la fine degli anni ’90 e i primi anni del secolo si vengono […] a intrecciare un raffinamento di sensibilità estetica e civica in alcuni importanti strati di borghesia colta, la popolarizzazione di suggestioni culturali e di iniziative provenienti da altri paesi europei e il crescente disagio per un’espansione economica rapida e dai tratti sconvolgentemente nuovi che mette in discussione modi di vivere, tradizioni percettive, ambiti essenziali collettivi, identità locali. È questa miscela che permette il moltiplicarsi delle emergenze e il loro affiorare alla superficie della coscienza dell’opinione pubblica come vere e proprie issues.[14]

Forte della nuova visione della pineta, e di un atteggiamento nell’opinione pubblica di maggiore attenzione per le bellezze artistiche e naturali che la nazione poteva vantare, Rava accelerò le pratiche per riottenere la piena potestà statale sulla costa ravennate. Il 30 giugno 1904 fu finalmente sottoscritto un compromesso che comportava la restituzione al demanio di duecento ettari di litorale.[15] Era un risultato parziale, che gli permetteva tuttavia di presentarsi in Parlamento con una proposta di legge che chiedeva che quegli arenili fossero dichiarati inalienabili e destinati al rimboschimento. Era il primo passo verso la costituzione di un nuovo bosco in riva al mare.



Legge

Annesso al progetto legislativo di Rava vi era anche una piantina del litorale ravennate, realizzato secondo una visuale est-ovest, che evidenziava i terreni dell’enfiteusi Pergami-Belluzzi appena riscattati.





Figura 4: Piantina del litorale ravennate
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La proposta di legge era accompagnata da una relazione che riprendeva e amplificava i temi già utilizzati per l’articolo del 1897.

Alla pineta di Ravenna era riconosciuto lo status di “monumento nazionale, […] testimonianza vivente di molti secoli di storia, […] sede venerabile di nobilissime memorie d’arte e di letteratura, che investono tutta quanta la nostra vita intellettuale”. La sacralizzazione proseguiva sull’onda dell’esempio straniero; dopo aver ricordato le politiche di protezione ambientale di Francia e Stati Uniti, Rava esortava a seguire lo stesso esempio:

Anche in Italia dovrebbe essere generale e profondo il rispetto delle linee essenziali, che costituiscono, per così dire, l’immagine antica e sempre giovane del territorio nazionale. Dovremmo anche noi restaurare e far risorgere con amore i monumenti naturali, che il tempo guasta e demolisce. Provvederemo così con eguale fortuna al decoro ed agli interessi del paese.[16]

La legge fu approvata e il nome di Rava divenne familiare nel campo sempre più esteso della tutela e valorizzazione dei monumenti artistici e ambientali.[17]

Eppure vi era una notevole discrepanza tra ciò che la legge del 1905 effettivamente prometteva e le motivazioni addotte in aula parlamentare per sollecitarne l’approvazione. Nella relazione l’accento era tutto spostato sulla magnificenza della pineta come sede di memorie storiche e letterarie incomparabili e assolutamente fondanti di un’identità italiana altrimenti labile; i due articoli di legge invece affrontavano solamente il problema degli arenili, senza fare menzione di un’eventuale tutela statale sul bosco tanto lodato.[18]

Come giustificava Rava una tale palese contraddizione? Identificando nei nuovi arenili la naturale prosecuzione del millenario (e presunto) cammino del bosco verso il mare, interrotto dalla sciagurata enfiteusi Pergami-Belluzzi. È curioso ma significativo che in tutta la sua opera Rava non affrontasse mai direttamente la vera questione del destino della pineta antica. Era un’ambiguità di fondo che prefigurava un sostanziale e volontario disinteresse anche nel caso i tagli di alberi fossero continuati, come in effetti accadeva. Il bosco, elevato a luogo di culto laico e nazionale per le memorie patriottiche che racchiudeva, veniva abbandonato a se stesso e ai numerosi interessi locali, trasferendo quel ruolo sacro appena evocato su una contigua pineta ancora non esistente. Il paradosso era stridente e costituiva una nota stonata nella melodia patriottica che Rava propinava ai suoi ascoltatori. Per quanto fosse stato abile nella propria azione, le critiche da parte degli osservatori più attenti della realtà ravennate non mancarono.

Il ravennate Corrado Ricci, personaggio chiave nella storia della tutela dei beni culturali italiani, fu tra i primi a muovere obiezioni al progetto del suo concittadino. Ancora prima che la legge del 1905 fosse presentata in aula, Ricci annotava sulla rivista Emporium che i tagli compiuti ai danni delle pinete storiche non erano affatto cessati, ma anzi continuavano in barba ad ogni discorso conservativo.[19] Il vecchio bosco veniva eliminato senza neppure attendere che il progetto della nuova pineta in riva al mare fosse realizzato. La critica di Ricci era contenuta nei termini e nei modi e, nonostante il favore riscosso, compariva su una rivista la cui diffusione era riservata ai pochi interessati e specialisti del settore. Ma quando fu il Corriere della Sera a interessarsi della vicenda, Rava ebbe maggiore motivo di preoccupazione. Fu Ugo Ojetti ad ospitare, il 15 agosto 1908, una lettera del giovane scrittore romagnolo Antonio Beltramelli, già interessatosi alle sorti della selva,[20] che condannava l’abbandono della vecchia pineta ravennate e stroncava la proposta di sostituirla con una più giovane in riva al mare. Era l’impostazione stessa del progetto di Rava che veniva smascherata e attaccata pesantemente, in nome della irrinunciabilità alla pineta antica in cambio di una nuova, che, oltretutto, doveva ancora sorgere.[21]

A Rava non rimanevano che due scelte: prendere atto delle critiche e adoperarsi per la tutela del bosco antico, oppure proseguire sulla strada che aveva intrapreso. Scelse la seconda opzione, accelerando l’operazione di trasferimento della rispettabilità storica dalla vecchia alla nuova pineta, sia per il suo maggior interesse nella capacità evocativa del luogo rispetto alla sua effettiva conservazione, sia perché convinto di aver ripristinato il corso naturale del bosco verso il mare; sarebbe stato per lui sufficiente attendere qualche lustro per ottenere una pineta bella e rigogliosa, come quella amata dagli intellettuali a lui ostili.[22]

Per questo motivo non mancò, negli anni successivi, di seguire la vicenda con attenzione, pur essendo impegnato in altri incarichi ministeriali.[23] Una lettera del ministro dell’Agricoltura, Francesco Cocco-Ortu, dimostra quanto la questione della denominazione fosse assolutamente centrale per la buona riuscita del progetto di Rava.[24] Scriveva Cocco-Ortu:

Caro Rava, i terreni che furono dichiarati inalienabili nella provincia di Ravenna in virtù ed agli effetti delle due leggi del 1905 e del 1908, sono pervenuti a questo Ministero dal Demanio, con la denominazione generica di arenili e relitti marittimi e in parte con quella specifica di Staggione e Piomboni. Tu desideri che quella proprietà venga chiamata col nome di Pineta, affinché non perda la storia e la poesia. È certo che ricostituito e assicurato il bosco di pini, in esecuzione delle leggi suddette, alla quale opera attende alacremente l’Amministrazione, esso riprenderà il nome di Pineta e questo Ministero curerà che tale storica denominazione ripassi nell’uso comune.[25]

L’azione di Rava si svolgeva ormai a livello nazionale, ed era lì che si poteva spacciare per storica una pineta che tale non era, non certo a Ravenna. La lettera di Cocco-Ortu è indicativa della tenacia con cui fu perseguita questa sorta di trasferimento verso il mare della gloria che Rava stesso aveva così potentemente contribuito ad evocare.



Rimboschimento

Nell’estate del 1920 due ispettori della Direzione generale delle foreste compirono un sopralluogo sugli arenili già riscattati dallo Stato o in via di acquisizione (figura 5). I fondi in questione erano sostanzialmente due, conosciuti come i “Piomboni” e lo “Staggione”, a nord e sud del Canale Candiano (figura 6) e costituiti – come si legge nella relazione – da “dune, formate dalla sabbia lasciata dal mare, le cui ondulazioni parallele su esso costituiscono dei tratti di terreno di terreno più rilevati e dei tratti più depressi alternati fra loro. I primi, che sul posto vengono chiamati ‘STAGGI’ misurano la quota di circa m. 3,00 sul mare mentre i secondi, chiamati ‘BASSE’ si elevano sul livello del mare di soli m. 0,80”.[26] Sugli staggi il rimboschimento era ovviamente più agevole e aveva dato già alcuni risultati, mentre nelle basse aveva avuto successo solo dopo la necessaria bonifica (figura 7) e necessitava di interventi decisi come la costruzione di profondi canali di scolo (figura 8). Nonostante i progressi compiuti, rimaneva ancora molto lavoro prima di arrivare al traguardo di una pineta che si estendesse lungo l’intero litorale ravennate: mentre in alcune zone il rimboschimento era stato ostacolato da arbusti che soffocavano i giovani pini (figura 9), in altri era appena avviato (figura 10) oppure nemmeno cominciato, come nella zona dove ora si estende l’abitato di Punta Marina Terme (figura 11).





Figura 5: Ispezione nell'estate del 1920
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Figura 6: Canale Candiano
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Lo scoppio della Grande guerra contribuì ad impoverire ulteriormente il bosco storico per gli spietati diradamenti dovuti alle esigenze militari. Cessato il conflitto, riprese con tenacia l’opera di rimboschimento e di riscatto degli arenili che ancora mancavano all’appello. Intanto il fascismo prendeva il potere in Italia. Sembrò allora che dovesse aprirsi un’età aurea per i boschi italici, in special modo per quelli che potevano vantare un legame con la grandezza romana, come la pineta ravennate; ma, al di là della facile propaganda, si cristallizzò invece lo schema già visto prima della guerra: l’impegno per lo sviluppo della nuova pineta a mare, il disinteresse per quella storica. Da una parte il regime proclamava la difesa degli alberi, dall’altra il Comune permetteva nuovi tagli.[27] In compenso veniva profuso il massimo sforzo per completare il ritorno allo Stato dell’intera fascia di arenili costieri: all’inizio degli anni Trenta l’opera poteva dirsi completa e il rimboschimento già a buon punto su 750 dei 1200 ettari tornati al demanio.[28]

Figura 7: Bonifica
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Figura 8: Canali di scolo
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Non mancarono tuttavia le voci discordi nel coro servile di lodi alle nuove conquiste del regime: Virginio Bandi, ispettore forestale in pensione, autore materiale della messa a dimora dei primi alberi sulle dune riscattate da Rava, si scagliò a fine anni Venti contro la trascuratezza e il degrado che continuavano a danneggiare la pineta antica, ricordando, a chi se ne fosse dimenticato, che la nuova era cosa ben diversa da quella cantata da Dante.[29] Le critiche accorate del Bandi, imbarazzanti per un regime che si vantava per la sua discontinuità con l’“inetta” età liberale, rientravano nel filone aperto da Ojetti e Beltramelli vent’anni prima ma, ben più di quest’ultime, erano destinate a cadere nel vuoto. I più importanti soggetti politici e istituzionali trovavano maggiore convenienza nel promuovere la costa verde ravennate piuttosto che adoperarsi per la conservazione della pineta antica: a Rava stava a cuore solo il nuovo bosco, e non si può negare che la sua azione fosse da sempre coerente nell’evocare le memorie storico-letterarie, proprie dell’antico, per trasferirle sul nuovo; l’amministrazione comunale, da parte sua, era molto più sensibile allo sviluppo della nuova e remunerativa industria del “bagnante” tra i pini della costa, piuttosto che al mantenimento di una vecchia e improduttiva zona verde più interna; il regime, infine, trovava tra i giovani pini e il mare l’ambiente adatto per far crescere il prototipo dell’“uomo nuovo” fascista, forte fisicamente ed ideologicamente inquadrato; non a caso nel centro della nuova pineta, a pochi chilometri a sud di Marina di Ravenna, fu costruita una colonia destinata a ospitare centinaia di ragazzi ogni estate.

Figura 9: Arbusti soffocano i giovani pini
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Figura 10: Rimboschimento appena avviato
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Figura 11: Punta Marina Terme
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Negli anni Trenta, Rava poteva dunque vantarsi di aver restituito allo Stato una fascia di terreno su cui stava crescendo una giovane pineta e si sviluppavano sia le attività del regime, sia l’attività turistica cara ai gerarchi locali. A monte resistevano, nonostante tutto, gli ultimi spezzoni del bosco plurisecolare, che la guerra e lo sviluppo industriale post-bellico, con tutte le sue conseguenze, avrebbero ulteriormente danneggiato. Pur ridotte, le due pinete ravennati sono arrivate fino a noi, sempre in bilico tra esigenze della modernizzazione (turistica o industriale) e necessità di tutela ambientale; un equilibrio difficile che ancora oggi, come a fine Ottocento, è al centro del dibattito locale sull’uso del proprio territorio.



Pineta

L’estensione delle pinete sul litorale della provincia tra fine Ottocento (linea tratteggiata rossa) e gli anni Trenta del XX secolo (linea verde continua), quando ormai l’azione di Rava aveva dispiegato i suoi effetti; come si può vedere, prima del suo intervento il litorale era privo di alberatura significativa. Nell’area intermedia tra pineta storica e nuova, la zona paludosa delle pialasse. Appartengono invece al secondo dopoguerra la nascita dell’area industriale, che occuperà una vasta zona della pineta San Vitale, e lo sviluppo dei lidi marittimi (cartine estrapolate da P. Fabbri -- A. Missiroli, cit.).





Figura 12: Estensione delle pinete tra fine Ottocento e gli anni Trenta
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Figura 13: Estensione delle pinete tra fine Ottocento e gli anni Trenta
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