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Storia del territorio e paesaggi storici: il caso della Toscana

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Leonardo Rombai
Paesaggi culturali, analisi storico-geografica e pianificazione

Geografia e analisi paesistica

Anche la geografia, con la sua pur contraddittoria eredità scientifica nello studio del paesaggio e con il suo armamentario strumentale e metodologico, può e deve essere considerata uno dei caposaldi culturali sui quali si potrà costruire una razionale opera di salvaguardia/valorizzazione dell'ambiente e del paesaggio. Essa ha dato – e molto di più può offrire – un contributo teorico e pratico significativo alla risoluzione delle due esigenze compresenti, in genere allo stato conflittuale, in ogni situazione di riorganizzazione del territorio: da una parte, l'esigenza di trasformazione/modernizzazione dell'assetto territoriale, dall'altra quella di conservazione di determinate frazioni o componenti tradizionali del paesaggio.

Non è questa la sede per tentare una rassegna delle sicuramente non poche e utili riflessioni teoriche e delle ricerche di geografia applicata svolte in Italia, specialmente con piani paesistici o paesistico-territoriali provinciali o regionali, oppure con censimenti relativi ai beni ambientali prodotti in base a pubbliche committenze, negli ultimi 25-30 anni – da quando cioè prese avvio l'impegno verso la “geografia volontaria” da parte soprattutto di Giuseppe Barbieri e della sua “scuola fiorentina” – , finalizzati specialmente alla politica delle aree verdi protette e dei beni culturali di tipo paesistico-culturale (Rombai, 1990; e Zerbi, 1994).

Sicuramente, con queste ed altre esperienze di ricerca sul paesaggio – che sono contemporaneamente analisi dell'ambiente (in larga misura degradato) e più in generale del territorio – pure la geografia italiana ha avuto modo di dimostrare di poter essere insieme ‘critica’ (nel senso che non accetta di rappresentare la realtà in nome di un potere o di un ordine politico e/o economico dato, senza esercitare, sul rapporto tra questo e il territorio, una riflessione e un giudizio anche dissenzienti da quelli ufficiali) ed ‘operativa’ (nel senso che non si limita a dibattere e criticare, ma interviene praticamente, esplorando e indagando in modo rigoroso le condizioni geografiche della trasformazione, insieme alle forze sociali capaci di praticare gli interventi) (Dematteis, 1985).

Così, l'interpretazione geografica del paesaggio viene fatta non tanto o non solo in funzione dell'azione politica reale e contingente, bensì di quella ‘ideale’ o ‘utopistica’, volta ad assicurare l'armonizzazione dei fondamentali bisogni dell'uomo che (del e nel paesaggio, paragonabile ad una scena o quinta teatrale) è contemporaneamente attore/creatore e spettatore/osservatore.

Insomma, l'impegno della geografia del paesaggio e dell'ambiente, lungi dal proporsi obiettivi intransigenti e irrealistici di ibernazione-museificazione delle forme storiche in larga misura ormai ridotte a fossili, è diretto a lumeggiare una possibile migliore programmazione e realizzazione di interventi finalizzati alla motivata, corretta ri-considerazione con interventi di gestione-fruizione, e alla oculata conservazione-tutela (non necessariamente avulsa dalla valorizzazione economica, che valga a dare nuovi equilibri) di uno dei patrimoni-risorsa più ricchi di cui il nostro Paese dispone ancora, nonostante le innovazioni, le trasformazioni disarmoniche e i veri e propri saccheggi, soprattutto recenti; questa “nuova forma di pianificazione” non può che utilizzare i paesaggi “come racconti o ‘spartiti’ identitari che danno corpo e gambe a progetti di sviluppo locale auto-gestito” (Quaini, 1998).

Dualismo fra realtà e rappresentazione, fra coscienza estetica generale (nel senso di “non legata a specifiche comunità territoriali”) e “un senso comune locale, non estetico, in quanto orientato da scopi pratici” (Baldeschi, 1997), quindi significato malfermo e polisemico o “fastidiosa” ambiguità di un “termine-crocevia” oggi in gran voga, consapevolezza circa la pratica impossibilità della completa interpretazione della “realtà reale” (il paesaggio esiste e, in quanto manifestazione materiale del contesto socio-culturale in cui si vive, di continuo si ripete rinnovandosi, in quanto appunto reca in sé, congiuntamente, caratteri sincronici e diacronici) (Lando, 1995 e 1996) non significano affatto, quindi, che la tematica di ricerca e pianificazione (o programmazione) paesistica debba essere abbandonata; e non impediscono, ovviamente, al geografo umano di tentare di comprendere attentamente il paesaggio come ‘struttura’ e “come patrimonio certo della nostra cultura” (Giovannini, 1995). Per questa ragione, non pare utile continuare a differenziare rigidamente, nell’analisi, approcci interpretativi di tipo percettivo-narrativo da altri di tipo più propriamente scientifico-oggettivo, che anzi devono integrarsi compiutamente.

Onde rifuggire dal pericolo della valutazione limitata e inadeguata delle forme paesistiche – che, in genere, costituiscono ‘inesauribili palinsesti’, ovvero strutture complesse (particolarmente ricche di elementi, ognuno dei quali ha storie diverse e proprie temporalità che vanno analizzate dettagliatamente, e di connotazioni non decomponibili e in continua evoluzione), strutture inconoscibili scientificamente come sintesi, cioè come insieme –, anche la geografia riconosce necessario l'approccio pluridisciplinare. Al suo interno, l'apporto della dimensione storica appare di fondamentale importanza, in quanto ogni manifestazione del paesaggio sottende dei processi, e di conseguenza la comprensione non può che andare oltre l'aspetto visibile e topografico (Farinelli, 1980).

Partendo dal presupposto che il paesaggio non può in alcun modo essere ritenuto una sintesi di elementi visibili – e quindi venire facilmente racchiuso nelle formule tradizionali e ormai obsolete (per esempio, in una definizione topografica o corografica, o in una rappresentazione cartografica modernamente costruita col metodo planimetrico zenitale) – si conviene che esso può e deve essere considerato una struttura che dall'attività degli uomini è prodotta nel corso della storia, come ‘complesso’ costitutivo di una civiltà, quindi di una realtà di carattere sociale. Col riguadagnare all'analisi paesistica i fondamenti verticali (in primo luogo quei “fattori che implicano la socialità, le istituzioni giuridiche, i miti religiosi e l'indefinito gioco della libera scelta umana”), si finisce coll'esaltare le possibilità di incontro con la storiografia, e in particolare con quei settori di essa che – a partire dal francese Bloch e specialmente dall'italiano Sereni e dalle loro scuole – pongono al centro della loro attenzione tali strutture.

Il paesaggio nasce, infatti, dal territorio: da quello prende forma ed è una realtà indiscutibile, sia quando lo si considera oggettivamente in sé, sia quando lo si filtra sentimentalmente in una interpretazione artistica figurativa o in moduli letterari. Su questa base, può e deve essere studiato, come “una sorta di memoria in cui si registra e si sintetizza la storia dei disegni territoriali degli uomini” (Quaini, 1998).

Affondando l'analisi sul problema dei processi storici non generalizzabili che lo hanno generato, è dunque possibile mirare alla conoscenza storica oggettiva del paesaggio, giovandosi necessariamente di nozioni e categorie interpretative piuttosto eterogenee tra di loro, come fonti cartografiche, catastali, iconografiche e fotografiche (cioè i punti di vista della scienza della rappresentazione cartografica, della tradizione pittorico-vedutistica e delle arti figurative), testimonianze “volontarie” presenti soprattutto nella pubblicistica di natura socio-economica, testimonianze “involontarie” conservate negli archivi, metodologie di studio proprie degli approcci demo-antropologico, ecologico-botanico, ed archeologico riferiti al “terreno” assunto come “memoria e documento” (Moreno, 1990).

L’integrazione e il corretto utilizzo critico di questi documenti comportano, inevitabilmente, problemi di non facile risoluzione, non essendo agevole trovarle tutte padroneggiate dal geografo, così come da qualsiasi altra figura di studioso (storico, storico dell'arte, archeologo, architetto urbanista, socio-antropologo, ecologo, ecc.) (Vecchio, 1997a). È comunque accolto dalla riflessione geografico-umana a base storicistica più avanzata che il metodo da utilizzare sia quello spazio-temporale a scale e fonti integrate; questo, superando le inadeguate tradizionali analisi lineari delle ‘geografie del passato’, viste secondo successivi livelli di orizzontalità (come se le fasi del processo fossero indipendenti le une dalle altre), ha il vantaggio di procedere anche verticalmente attraverso il tempo, analizzando a fondo il modo in cui una fase ha ingranato nella successiva, coniugando quindi sincronia e diacronia, tempo e spazio, e facendo emergere i nuclei di dinamicità che segnano il passaggio da una fase all'altra (Quaini, 1992). E ciò, per mettere nella loro giusta luce le mutevoli (in termini politici, economici, sociali, e quindi paesistico-ambientali) “cose del mondo”, con le modalità di come una società, con i suoi gradi di evoluzione, ha conquistato e ricreato lo spazio dove vive (Gambi, 1961/1973).

Va da sé che questo studio richiede una lettura particolarmente fine e penetrante perché sia possibile cogliere insieme gli specifici valori materiali e le “immagini identitarie” dei luoghi, con i processi di identificazione e il senso di appartenenza che li contraddistingue o li contraddistingueva prima che la struttura economica si distaccasse dai paesaggi. E ciò per impedire il pericolo – latente in tutti i progetti di pianificazione territoriale – che da ricostruzioni paesistiche di tipo scientifico-oggettivo trascendenti la presenza delle società locali, possano scaturire pratiche di tutela-valorizzazione correlate “esclusivamente alla figura del turista” o del cittadino che “spende il proprio tempo libero sul territorio” (Quaini, 1998).

Ogni quadro paesistico, con la sua più o meno minuta topografia, è il risultato di una determinata forma di organizzazione sociale, del modo cioè in cui l'ambiente è stato “incorporato nella storia” in base ai diversi livelli di progresso di quella cultura e ai valori assegnati all'ambiente medesimo, con promozione di vocazioni di livello elementare o complesso. Partendo dagli odierni, talvolta violenti, contrasti visivi (propri della condizione post-industriale e post-moderna), l'analisi storico-paesistica deve proporre una efficace chiave di ‘lettura’ – come ad esempio quella geografica ‘retrospettiva’ suggerita da Eugenio Turri nel 1994 – lungo uno svolgimento storico a ritroso, “cancellando via via, idealmente, tutto ciò che vi è stato aggiunto in anni recenti e poi, più indietro, negli anni passati”.

Il percorso alternativo è ovviamente quello geostorico ‘diacronico’ tradizionale che, in regioni come la Toscana, non può che prendere il via dai tempi etrusco-romani. All'interno della generale periodizzazione storica antica, medievale, moderna o contemporanea (con le organizzazioni soprattutto agrarie, ora peculiarmente o largamente individualistiche e di mercato governate dalle città, ora prettamente autarchiche come quelle incentrate sul potere feudale o su interessi comunitari e collettivi, con il libero-scambismo e le riforme ‘borghesi’ dei tempi illuministici, con la prima industrializzazione post-unitaria, con il ventennio fascista, con la ricostruzione post-bellica, con la seconda industrializzazione realizzatasi nel contesto dell'integrazione europea), il geografo deve provvedere all'individuazione delle più brevi fasi temporali e dei momenti salienti e significativi dei radicali cambiamenti dell'organizzazione territoriale (ad esempio, con il mutare dei rapporti città-campagna e dei sistemi economici, con le bonifiche e le trasformazioni delle forme di utilizzazione del suolo, con l'espansione degli insediamenti industriali, con l'urbanizzazione, con la regionalizzazione turistica, con la spinta antiurbana e la ‘ricolonizzazione’ turistico-insediativa delle campagne), con le fasi di una evoluzione discontinua in cui anche le forme paesaggistiche hanno assunto aspetti via via diversi, non sempre meritevoli di particolare apprezzamento da parte della nostra cultura, ma che è comunque indispensabile conoscere e considerare.

In conclusione, va detto che il riconoscimento – ad opera di quei settori della comunità accademica (specialmente l'urbanistica e le scienze della terra e della natura, troppo spesso aduse a considerare la ricerca paesistico-ambientale come feudo invalicabile), e più ancora delle forze politico-sociali-culturali che ancora non credono all'originalità delle riflessioni e degli studi applicativi dei geografi, peraltro spesso poco o punto noti al di fuori della disciplina (Lando, 1996 e 1997) – della validità scientifica del metodo di ricerca e del lavoro specifico della geografia umana dipende strettamente proprio dalla costruzione di un sapere ‘utile e utilizzabile’: e quindi anche dalle capacità e implicazioni progettuali. In altri termini, dal grado di utilizzazione pratica dei risultati, come contributo originale e concreto alla messa a fuoco e alla risoluzione dei principali nodi problematici correlati alle pratiche di gestione-fruizione-recupero dei quadri paesistici tradizionali: trattasi, nella Toscana ‘aperta’, di “un archivio” complesso per dirla con Gambi, un autentico paesaggio-mosaico spazialmente differenziato (si pensi ai numerosi tipi e varianti di case coloniche e di ville fattorie, di sistemazioni idraulico-agrarie e di forme campestri, di alberature alle prode di campi e di strade o di corsi d’acqua, ecc.), che è riscontrabile non solo all’interno delle tre ‘grandi’ subregioni alle quali si farà più avanti riferimento e dei loro ‘sottomultipli’ (o ‘unità di paesaggio’) che forse è possibile disegnare, sia pure con difficoltà, ma anche e soprattutto nel contesto delle unità amministrative (la maglia comunale, per altro in genere costituita da territori che comprendono risorse ambientali chiaramente disformi, come quelli ricavabili dall’abbinamento piano-colle-monte) e delle stesse unità produttive di base (le fattorie, anch’esse non di rado abbraccianti ambienti naturali differenziati), per effetto vuoi delle determinanti fisico-naturali (sostanzialmente i caratteri morfologici, geopedologici e climatici), e vuoi delle pratiche sociali di costruzione e riorganizzazione formale e funzionale, manifestatesi nell’arco di parecchi secoli con il corollario recente degli atti di nuova costruzione/trasformazione/distruzione.



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