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Storia del territorio e paesaggi storici: il caso della Toscana

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Leonardo Rombai
Paesaggi culturali, analisi storico-geografica e pianificazione

Paesaggio e pianificazione sostenibile

Pur non mancando il nostro Paese di approvare leggi di tutela paesistica fin dal primo Novecento (come dimostrano i provvedimenti n. 149 del 1902, n. 778 del 1922, e soprattutto n. 1089 e 1497 del 1939), dimostratesi tutte figlie di una cultura umanistico-idealistica che concepiva il paesaggio come una qualità di rilievo dello spazio geografico, ma con apprezzamento solo delle componenti eccezionali presenti in modo discontinuo, vale a dire delle “bellezze” e dei “panorami naturali” o dei complessi edilizi di pregio conclamato (cioè i “monumenti”, con i relativi valori artistici, letterari o più in generale storico-culturali, sempre in funzione del loro godimento estetico), è da tutti riconosciuta – grosso modo fino agli anni '70 – la generale deficienza della sensibilità comune e istituzionale volta a disciplinare le attività antropiche che potessero avere ripercussioni negative sul paesaggio e più in generale sugli equilibri ambientali.

A fronte degli scempi paesistici e ambientali perpetrati specialmente nell'ultimo dopoguerra (nonostante il dettato dell'art. 9 della Costituzione), infine si è gradualmente e faticosamente diffusa nelle nozioni elementari di qualche milione di italiani una qualche cultura del paesaggio. E ciò, specialmente a partire dal trasferimento delle prerogative statali alle regioni a statuto ordinario operato nel 1972-77, ma soprattutto con l'approvazione sia della ‘legge Galasso’ n. 431 del 1985 (comunque a lungo pervicacemente osteggiata nella sua applicazione dagli stessi enti locali e ancora oggi male e poco applicata, e quindi incidente “sulla pianificazione e sulle attività trasformatrici” alle scale locali “con esiti discontinui e contraddittori”) (Castelnovi, 1998, p. 4) e sia della legge sulle autonomie locali n. 242/1990 e della legge quadro sulle aree protette n. 394/1991: tre normative grazie alle quali il paesaggio, almeno sulla carta, diviene il fondamentale strumento concettuale di tutela dell'ambiente e i piani paesistici diventano il fulcro dell'interesse di politici e territorialisti. Non va inoltre dimenticata l'opera ‘attiva’ e meritoria di Italia Nostra e delle altre e più giovani associazioni ambientaliste, del Club Alpino Italiano e del Touring Club Italiano.

Il fatto è che – grazie anche alle sollecitazioni svolte nell'ultimo ventennio dall'UNESCO e dal Consiglio d'Europa e alle normative approvate dall'Unione Europea – si è attivata, pure in Italia, una domanda sociale di buone conoscenze paesistico-territoriali da applicare concretamente a politiche regionali e locali di pianificazione urbanistico-territoriale, dell'ambiente e dei beni culturali a base paesistica, senz'altro più equilibrate rispetto a quelle del passato, in fatto di rapporti con la natura e l'ambiente storicizzato, in modo anche da evitare calamità e danni ambientali. Politiche nuove che valgano anche a reinserire le ‘forme’ storiche ormai svuotate di funzioni e di valori culturali identitari (ridotte a non-luoghi) nel contesto del territorio/spazio da produrre, per ricreare un nuovo e duraturo rapporto ambiente-società che non comporti traumatiche fratture con la storia delle strutture medesime (Quaini, 1992; Sereno, 1981).

In effetti, il sapere paesistico-ambientale e territorialistico fino ad allora prodotto per essere applicato all'azione appariva – e in parte appare tuttora – inficiato da un'errata prospettiva che, trascurando il ruolo attivo dell'approccio storico, non considerava i valori del passato utili a preparare il futuro. È noto che – come del resto, e a maggior ragione, per gli strumenti urbanistici comunali – i sopra ricordati piani paesistici regionali previsti dalla legge n. 431/1985, che almeno teoricamente hanno come punto di riferimento della tutela del territorio proprio il paesaggio (tutto il paesaggio e non solo quello di rilevante valore estetico), inteso finalmente come ambiente, solo sporadicamente, finora, hanno tenuto conto della storia del paesaggio e dei censimenti dei beni culturali a base paesistica (Fazio, a cura di, 1996); tale limite si riscontra anche nei piani considerati “buoni” per l'attenzione prestata agli aspetti funzionali socio-economici. In gran parte di loro, e a maggior ragione negli strumenti urbanistici comunali e nei piani settoriali intercomunali, si continua ad evidenziare una notevole “carenza di ordine conoscitivo” in tema di studi storico-territoriali o geografico-storici che – con la ‘lettura’ critica sia delle fisionomie che delle funzioni dei luoghi, urbani e agricoli – sono il fondamento irrinunciabile per poter “compiere il salto concettuale e operativo dalla considerazione delle sole [e singole] emergenze alla considerazione sintattica o di sistema delle stesse” (Muscarà, 1995). Scrive con crudo realismo Lucio Gambi, in una intervista alla rivista di Italia Nostra nel decennale della “Galasso”, che “il paesaggio è un archivio e occorre una sensibilità storica molto acuta per studiarlo, e quindi tutelarlo. Quella sensibilità oggi non c’è” (Fazio, a cura di, 1996, p. 11).

Non meraviglia, dunque, la proliferazione di piani aventi, come caratteri comuni, quelli di non potere essere considerati né esaurienti, né convincenti, con gli effetti rovinosi – che sono sotto gli occhi di tutti – delle prescrizioni e degli interventi immotivati che ne scaturiscono, programmati “non solo sul presente, ma anche sul passato del territorio, o quantomeno su quei frammenti di passato che sono incorporati nel presente”; così, “al paesaggio, espressione di cultura”, si è sostituito “lo spazio attrezzato, espressione esasperata della separazione tra funzionalità e cultura” (Sereno, 1981).

Lungo è ancora il cammino da percorrere, dunque. In tal senso, significativa appare la risoluzione n. 53 del 1997 sui paesaggi culturali approvata dal Consiglio d'Europa (poi evolutasi nella “convenzione e carta del paesaggio” sottoscritta nell’ottobre 2000 a Firenze). Verificato che la tutela e valorizzazione del paesaggio non sono ancora consolidate e che, di conseguenza, ampio è lo sviluppo di una territorializzazione senza paesaggio, il Consiglio chiede di “prendere in conto sistematicamente il paesaggio nelle politiche in materia di aménagement del territorio, nelle politiche urbanistiche e culturali, ambientali, agricole, sociali ed economiche e nelle altre politiche settoriali che possono avere un effetto diretto ed indiretto sul paesaggio” (Castelnovi, 1998).

Si è già enunciato che negli ultimi anni si va diffondendo la considerazione del paesaggio come un bene comune sempre più importante e una fonte di ricchezza addirittura inestimabile – bene e ricchezza utili a far fronte a diversi bisogni (economici, socio-culturali, ambientali, ecc.) delle comunità rurali e rural-urbane, anche e soprattutto di quelle rimaste alle periferie dello ‘sviluppo’ – e, insieme, come risorsa non riproducibile e quindi da fruire con consapevole oculatezza. Grazie a politiche di tutela/valorizzazione armonizzate al concetto di sviluppo sostenibile o eco-sviluppo, forse potrà essere possibile evitare non solo molti disastri ambientali prodotti dall’abbandono o dalla trasformazione incompatibile, ma anche il pericolo incombente di una generale ‘spersonalizzazione’ omologazione di un mosaico paesaggistico così spazialmente differenziato (con le sue mille peculiarità e identità locali, sia fisiche, sia culturali) come quello italiano; uno spazio già ‘vissuto’ che, perduti i suoi valori identitari e storico-relazionali, è altrimenti sulla strada di diventare un inanimato ‘teatrino della domenica’, una specie di ‘fondale di cartapesta’ buono specialmente per ambientare i più disparati messaggi pubblicitari, oppure per meravigliare gli spettatori di spettacoli cinematografici e televisivi di successo o per incuriosire lettori di belle immagini di ‘monumenti’ della natura e della storia (specialmente i ricercatissimi, e dai costi sempre più proibitivi, “casali” da ridurre a ville per il “buen retiro” domenicale dei ceti cittadini abbienti…), edite su fascinose o raffinate riviste di carta patinata o su accattivanti strumenti ipertestuali.

Astraendo dalla considerazione delle sempre più numerose iniziative sul paesaggio, sia scientifiche (organizzate da atenei, fondazioni ed enti locali), sia politiche (riguardanti la “musealizzazione del paesaggio antropico” mediante la progettazione e l'istituzione di parchi culturali, “musei territoriali diffusi” o ecomusei in varie regioni dell'Italia centro-settentrionale, che si pongono specificamente l'obiettivo di integrare la conservazione del paesaggio con lo sviluppo economico), davvero significativa appare la citata Conferenza di consultazione integrativa sul progetto di Convenzione Europea del Paesaggio organizzata a Firenze nell’aprile 1998 dal Consiglio d'Europa, in collaborazione con il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali e la Regione Toscana, al fine di redigere gli articoli del testo poi approvato dal Consiglio medesimo, ma ancora da sottoscrivere dai vari paesi aderenti.

Invero, tale “Convenzione Europea” – programmata in base alla riflessione circa la inadeguatezza delle politiche territoriali a “valutare adeguatamente l'aspetto paesaggistico che rappresenta, nella definizione fornita dal Consiglio stesso, quella delicata relazione che esiste tra gli individui ed il territorio in un dato momento storico e che risulta dall'azione di fattori naturali e culturali o dalla loro combinazione” – costituisce un provvedimento giuridico organico e coordinato “dedicato interamente al paesaggio nella sua dimensione europea globale, alla sua protezione, gestione e valorizzazione”, previa la risoluzione del “problema della sensibilizzazione e formazione delle popolazioni” e degli studi scientifici volti ad “una più adeguata identificazione e valutazione dei valori e delle qualità dei paesaggi” (Guido e Mastruzzi, 1998).

In Toscana (non a caso scelta come sede sia della “Conferenza di consultazione” che di quella di sottoscrizione, in considerazione “delle rilevanti valenze paesaggistiche”), si intravedono molteplici segnali significativi che sembrano prefigurare una svolta radicale tra le pubbliche amministrazioni, pur tra contraddizioni anche stridenti, come dimostrano innumerevoli gravi attentati ai valori paesistico-ambientali perpetrati di recente per realizzare opere infrastrutturali pubbliche e piani urbanistici di vario genere. L’attenzione delle istituzioni locali per il paesaggio (spesso con dichiarazioni di principio alle quali però non hanno fatto seguito coerenti atti concreti) può essere vista come conseguenza soprattutto dello straordinario apprezzamento che il turismo colto e ‘intelligente’ va sempre più dichiarando per i “bei paesaggi” agricoli e forestali e per la qualità della vita delle campagne toscane, con la loro fitta trama degli insediamenti storici che hanno mantenuto larga parte dei caratteri tradizionali.

Questi segnali credo che siano riconducibili al dettato forte e coerente a favore dell'indagine paesistico-storica (con studi d'insieme e censimenti di singole categorie di beni) dell’ancora poco seguita legge urbanistica n. 5 del 1995 (con i correlati Piano di Indirizzo Territoriale regionale e Piani Territoriali di Coordinamento provinciali), largamente improntata dalla filosofia dello ‘sviluppo sostenibile’ e della tutela delle ‘invarianti strutturali’ e identità locali; e, in tale contesto, all’elaborazione di ‘piani guida’ provinciali volti a fornire ad amministratori e operatori agricoli “proposte, indirizzi e progetti, tali da potere essere tradotti in politiche operative ed azioni a breve e medio termine”, soprattutto per quanto concerne la manutenzione e il recupero delle sistemazioni idraulico-agrarie del paesaggio collinare, a partire dall’area campione di Greve in Chianti (Baldeschi, a cura di, 1998). Significativa appare anche l'istituzione o la progettazione nelle campagne di non pochi parchi culturali, musei territoriali diffusi o ecomusei, itinerari tematici (come le strade dei castelli, delle pievi o dei santuari e dei pellegrinaggi romei, dei vini, ecc.) che si propongono all'attenzione delle correnti turistiche ‘colte’ facendo leva – al fine di riuscire ad armonizzare il binomio tutela/sviluppo – anche e soprattutto su sistemi, reti o singoli elementi del paesaggio storicizzato (come quelli archeologici, compresi i beni di tipo minerario o industriale, le strade antiche e i centri o gli edifici storici con i paesaggi circostanti).

Queste iniziative in teoria aprono prospettive di ricerca e di lavoro – a fini ‘politici’ – sui quadri paesistico-territoriali, per sistemi informativi territoriali, minuziosi censimenti e catalogazioni delle risorse e dei beni storico-paesistici e ambientali, studi d'insieme di individuazione e caratterizzazione delle “biografie” e organizzazioni territoriali alle più diverse scale (soprattutto a quella comunale) (Poli, 1999), in base ai loro connotati ambientali e paesistici, da svolgere con integrazione paziente e minuziosa dell'ampio ventaglio delle fonti storiche documentarie e dell'indagine sul terreno; ma, più in generale, tali normative dischiudono prospettive professionalizzanti (formazione di esperti in catalogazioni anche informatiche e multimediali della territorializzazione con le relative strutture paesistico-territoriali, oppure in esperti e guide delle varie realtà paesistiche locali) fino a qualche anno or sono impensate per le discipline che si occupano di paesaggio, come la storia del territorio, la geografia e l’urbanistica.



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