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Storia del territorio e paesaggi storici: il caso della Toscana

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Leonardo Rombai
Paesaggi culturali, analisi storico-geografica e pianificazione

Il paesaggio della geografia e delle scienze del territorio

È ampiamente noto il legame tra geografia e paesaggio. Il paesaggio (o meglio, il “paesaggio geografico”, come sintesi astratta a piccola scala dei paesaggi rilevabili su spazi più ristretti, abbracciabili in un giro di orizzonte e per questo detti “sensibili o visivi”) è stato per lungo tempo uno degli elementi centrali del paradigma della geografia europea ed italiana, ed è tuttora da considerarne tipica categoria concettuale di riferimento (Dematteis, 1989, p. 446; cfr. pure Lando, 1995 e Vecchio, 1997b). Largamente frequentato da una pluralità di discipline, il suo studio in descrizione/interpretazione e concettualizzazione ha costituito a tal punto il tema prioritario di quella geografica che:

  • anche il padre della geografia umana francese, Vidal de la Blache, nel suo celeberrimo Tableau géographique de la France del 1905, poteva sostenere essere i paesaggi che “si organizzano in regioni” (cioè in frammenti più o meno grandi di spazio caratterizzati da un'unità organica, nel senso di fisionomia regionale fisico-umana);
  • nell’opera Les Pyrénées Méditerranéennes del 1913 e durante il Congresso Geografico Internazionale di Amsterdam del 1938, non a caso dedicato al paesaggio, due dei maestri della geografia europea, Sorre e de Martonne, affermavano che proprio il paesaggio costituiva “toute la geographie”;
  • e, ancora nel 1969, un altro notissimo studioso dei paesaggi agrari, il francese Meynier, dichiarava che “la geografia sta al paesaggio, come l'aritmetica sta ai numeri”, ragion per cui “lo studio diretto del paesaggio resta la base di partenza e inattaccabile dei nostri lavori” (Vallega, 1989, p. 58).

Nella prima metà del Novecento, anche in Italia, il concetto di paesaggio ha operato in profondità e con efficacia in termini speculativi e operativi, pur con risultati di valore scientifico disuguale, essendo comunque assai spesso utilizzato per inventariare e descrivere ‘per tipi’, raggruppare e comparare – sempre per finalità di ricerca ‘pura’, in genere scevra da ogni implicazione estetizzante, e con metodologie riconducibili al taglio sincronico lineare e al primato dell'osservazione visiva e dell'indagine diretta sul terreno, per lo più mutuate dagli orientamenti positivistici che improntavano le “scienze esatte” naturalistico-biologiche e cartografico-matematiche – porzioni di spazio (considerato nelle sue componenti naturali piuttosto che umane), ognuna delle quali era riconosciuta al suo interno come unitaria (costituiva, cioè, una “forma” o un “tipo” ben distinti): il suo aspetto visibile d'insieme era dato dalla sintesi dei suoi principali elementi materiali contrapposti o concomitanti, come quelli climatici, vegetazionali, geo-morfologici, idrografici, faunistici, e anche (ma sempre più superficialmente) dalle opere umane, viste sia come fattori che come elementi e legate tra di loro in un equilibrio più o meno durevole o instabile.

In questo contesto interpretativo in chiave scientifica specialistica, la vitalità più piena dell'intera geografia italiana – e non solo della geografia come “scienza del paesaggio” – è stata dimostrata da studiosi di mentalità naturalistica o comunque il più possibile omologa alle scienze naturali (Vecchio, 1997b), autori di opere di elevato livello concettuale e di indiscutibile valenza descrittivo-esplicativa e letteraria: come Renato Biasutti che (nella sua classica e autorevole opera del 1947/62 sui grandi quadri ambientali mondiali) ha saputo vedere con unità di visuale il paesaggio: sia quello fisico (inteso come qualcosa di molto simile ad un organismo biologico, vale a dire una entità reale, oggettiva dove ogni elemento è legato ad un mondo di altri, e ad essi condizionato nei suoi valori), che quello umano, abbracciando così coerentemente, nell’unità della sua problematica, ecologia e geografia fisica; oppure, come Aldo Sestini, nell'altra apprezzatissima e anch'essa ormai classica opera del 1963 dedicata alle molteplici forme geomorfologiche dei paesaggi italiani, ove peraltro lo studioso fiorentino (traendo sicuro vantaggio dalla sua posizione “possibilista”) ha il merito di richiamarsi più coerentemente alla storia come categoria interpretativa, con relativa considerazione (comunque tutt’altro che minuziosa) dei processi dovuti all'occupazione umana dello spazio geografico.

Tuttavia, timidamente già prima della metà del secolo e massicciamente proprio in quegli anni '50 e '60 che, con le opere di Biasutti e Sestini, videro l'affermazione di questo filone insieme descrittivo ed esplicativo, si andò sempre più radicando una posizione pur essa apparentemente (e intransigentemente) ‘scientifica’, tutta volta all'analisi spaziale a base matematico-modellistica e alla costruzione teoretica di un oggetto di ricerca che (illusoriamente) si voleva fosse rigorosamente definito in funzione delle applicazioni pratiche alle politiche del territorio. Tale scuola di pensiero – insieme con l'incalzare di altri argomenti di studio ritenuti più coinvolgenti e in qualche modo più urgenti, come il fenomeno città/urbanesimo, la crescita demografica, lo sviluppo economico, gli squilibri territoriali, i mutamenti nel quadro geopolitico mondiale, ecc. – comportò rapidamente la crisi della geografia come “scienza del paesaggio” e, più in generale, come “scienza del terreno” dimensionata sugli occhi e sulle gambe: allora, si diffusero ampiamente gli orientamenti favorevoli addirittura ad eliminare il paesaggio dal campo disciplinare, intendendosi così risolvere anche l'annosa questione del suo malfermo significato e della sua “fastidiosa” ambiguità in termini di oggettività (alludendo sia ad una maniera di vedere o di intendere o di concettualizzare un “oggetto”, e sia all’oggetto in sé) (Baldeschi, 1997, p. 41; e Vecchio, 1997a).

È paradossale che questa rinuncia della geografia al paesaggio (e con essa, alla “capacità di produrre conoscenza, di dare sostanza nuova al nostro rapporto con la natura”) sia avvenuta, nell'Italia dell’impetuosa e disordinata crescita industriale e urbana (con i collegati fenomeni della cementificazione e del consumo, a fini turistici, di litorali e montagne, di aree lacustri e termali, di campagne di pregio residenziale), proprio mentre le forze dominanti la politica del territorio producevano la loro offensiva per svilire culturalmente e “disarticolare la nozione di paesaggio”, all'evidente scopo “di mostrare l'inutilità e l'inanità della pianificazione paesistica” prevista dalla scarsamente applicata legge urbanistica del 1942, con la quale sarebbe stato possibile limitare i danni, se non “porre rimedio alla corsa catastrofica verso l'annientamento del paesaggio in atto nel nostro paese” (Turri, 1998, pp. 11 e 14-15).

Di sicuro, anche in geografia, il termine paesaggio, almeno dai primi dell'Ottocento (quando von Humboldt, attraverso la pratica del viaggio di esplorazione nell'America Latina, fonda con piena consapevolezza proprio la ‘geografia del paesaggio’), così come ancora oggi, è stato ritenuto concettualmente complesso e carico di ambiguità: complessità e ambiguità consistenti essenzialmente nel fatto che il paesaggio può e deve essere considerato nella sua accezione realistica, in quanto designa la forma del territorio (che, per molti aspetti, è da equiparare ad una struttura ‘scientifica’ oggettiva, seppur dinamica), e insieme che il territorio, in quanto rappresentato nei suoi elementi sensibili o visivi, non può non esprimere una forte dimensione percettiva e sentimentale, e quindi permeata da forti componenti soggettivistiche, simboliche e concettuali (il paesaggio come rappresentazione mentale e narrazione individuale, come idea e “stato dell'anima” o “come simbolo, cioè insieme di segni da interpretare” e “punto di partenza di una esperienza conoscitiva”) (Dematteis, 1989, p. 446; v. pure Vecchio, 1997a e 1997b; Quaini, 1998; e Giovannini, 1996).

Del resto, l'uso del concetto di paesaggio a fini del turismo (che, divenuto fenomeno di massa, provoca un sempre maggiore ‘consumo’ delle risorse paesistiche percepite come “belle” o “suggestive”) è quanto mai indicativo. “Per essere ragione di una pratica turistica il paesaggio deve avere la capacità di suscitare l'interesse dell'individuo: non è infatti il luogo che conta ma la rappresentazione che di esso si fa in un preciso momento. Il viaggio e la vacanza sono in gran parte motivati dalle immagini che ci si costruisce dei luoghi che ricevono un nuovo significato dal rapporto con la società” (Fumagalli, 1995, p. 522).

Di sicuro, qualsiasi cultura interagisce col paesaggio non solo in quanto eventualmente lo produce con le sue azioni e relazioni spesso immateriali, ma anche in quanto lo percepisce, si riflette su di esso e gli attribuisce significati e valori particolari e mutevoli anche di ordine psicologico. Ogni volta che la società intraprende un processo (globale o comunque significativo di cambiamento), od ogni volta che mutano l'economia e le relazioni sociali, anche il paesaggio inteso come struttura oggettiva (con i suoi rapporti causali e la sua armonia o disarmonia di “forme” date da elementi naturali e oggetti umani) si trasforma – in genere parzialmente, perché qualche elemento rimane, in apparenza almeno, immutato e testimone del passato, oppure si evolve con velocità diversa, mentre alcuni cambiamenti non determinano modificazioni di rilievo – per adattarsi ai nuovi bisogni (le funzioni) della società. Di conseguenza, un paesaggio, in un dato momento storico, rappresenta sempre fasi diverse dello sviluppo di una società.

Significativamente, nel 1892 e nel 1917 – vale a dire in un periodo ancora fortemente improntato dal paradigma scientifico positivistico a base naturalistico-deterministica – due dei maestri della geografia italiana, Porena e Marinelli, riconoscevano questo dualismo tra oggettività e soggettività, tra oggettività scientifica e percezione sentimentale, scrivendo rispettivamente che il paesaggio era da considerare “l'aspetto complessivo di un paese in quanto commuove il nostro sentimento estetico”, e che “un paese può esistere anche senza di noi, non un paesaggio” (Zerbi, 1993).

Non esistono, quindi, luoghi e paesaggi la cui concezione non dipenda direttamente dalle rappresentazioni che se ne danno. Sostiene Claudio Greppi (1995, pp. 10 e 12) “che per paesaggio si possa intendere una particolare qualità dello spazio, che ha più a che vedere con il godimento estetico che non con le condizioni ambientali o con la funzionalità del territorio”; ciò nonostante, essendo esso entrato a far parte “delle categorie economiche (come diceva Marx) come capitale fisso o come componente del consumo, merita anche di essere difeso in quanto parte non indifferente del salario sociale, del patrimonio collettivo”.

Deve però essere chiaro che tale opera di salvaguardia, e ove possibile di recupero (non solo dei paesaggi “belli” per gli osservatori esterni e i turisti ma anche di quelli tradizionali o “significativi” per la memoria locale), non può avere successo se non intrecciandosi con la dimensione identitaria dei luoghi e con la partecipazione: se non facendo leva, cioè, sul senso di appartenenza delle comunità che li abitano e (per certi aspetti) li producono, sul significato “positivo” da esse dato ai beni paesaggistici (sulla consapevolezza del valore di monumenti e manufatti, itinerari e acque, vegetazione e fauna, interi sistemi ambientali…), da gestire e fruire collettivamente come risorsa per il futuro. In mancanza di questi basilari presupposti, e quindi con la perdita di interesse sociale per la matrice storica e il conseguente abbandono del bene, c’è da attendersi come ineluttabile il processo della destrutturazione/distruzione del paesaggio, con la sua più o meno rapida ‘rinaturalizzazione’ ad ambiente neutro e sempre più estraneo allo spazio vissuto delle popolazioni residenti.

Dunque, nell'ultimo ventennio, anche in Italia, “il paesaggio è diventato uno dei luoghi ideali in cui si radunano gli indagatori della complessità: il tema attira proprio per i caratteri che per molto tempo lo hanno reso impraticabile dalla ricerca: il fascino dell'esplorazione delle terre di confine del senso tra testo e contesto, tra soggettivo e oggettivo, tra ragione e sentimento” (Castelnovi, 1998). Questo riaccredito del paesaggio si è registrato in molte aree disciplinari, compresa finalmente la geografia.

E ciò, grazie specialmente all'acquisizione di una nuova sensibilità ecologica e alla maggiore consapevolezza delle sempre più gravi problematiche ambientali, e grazie anche al risorgere di correnti di pensiero di tendenza geografico-storica che riaffermano (con solidi e convincenti argomenti dati dalla pratica delle ricerche ‘empiriche’ positive, in funzione dell'azione, applicate a casi regionali e soprattutto locali) i valori della storicità delle strutture paesistiche, in quanto quadri del territorio culturale meritevoli di processi di conoscenza scientifica e di politiche equilibrate di riuso o di tutela, come beni fortemente intessuti di opere dell'uomo.

In altri termini, studiare per capire il paesaggio è un passaggio obbligato per “capire il territorio” (Corna Pellegrini, 1997) e per decodificarlo anche nei molteplici valori identitari culturali; la finalità forse più importante di tale pratica di ricerca è applicativa, essendo volta a far prendere coscienza le comunità locali dell’importanza e spesso della specificità dei valori espressi da luoghi ed aree, e quindi anche ad orientare i progetti di governo delle trasformazioni paesistico-territoriali, perché siano coerentemente ancorati ai concetti di tutela, riqualificazione e valorizzazione (Castelnovi, 1998).

Paradossalmente, questa “quasi prepotente” (Pinna, 1995) riscoperta del paesaggio è ancora lontana dall'essere generalizzata (Lando, 1996), nella geografia forse ancora più che in altri ambiti disciplinari. Di sicuro, emergono in alcuni geografi sia antichi e ormai ingiustificati pregiudizi, sia anche nuove posizioni rigorosamente teoretiche talora fini a se stesse, sterili e decisamente controproducenti. A quest'ultimo riguardo, non si può non guardare con preoccupazione “la deriva stabilizzante” di certi orientamenti radicalmente geo-storicistici volti alla pura speculazione filosofica: che rifiutano cioè ogni “impostazione concretologica” (in altri termini, il momento applicativo, con la pratica delle “ricerche positive originali, basate sull'osservazione diretta e primaria dei fenomeni geografici presenti e passati”), per approdare invece ad “una concezione, per così dire, geolitica (o geografico-litica) definitiva”, retorica, riduttiva e persino alienante (Ciampi, 1997).

Corre obbligo di rilevare che il rinnovato interesse teoretico e più ancora applicativo anche di molti geografi per il paesaggio non è da considerare il casuale prodotto di una nuova linea di pensiero accademica. Anche quando al centro dell'indagine “non si è posto il paesaggio in sé, come oggetto, quanto piuttosto le sue rappresentazioni, le sue ideologie, il modo collettivo con cui la soggettività dei fruitori lo sente, lo deposita nella memoria, lo racconta” (Castelnovi, 1998), si cerca sempre di rispondere espressamente ad una diffusa domanda politico-sociale innescata anche da una rinnovata attribuzione di valore al paesaggio medesimo (Fumagalli, 1995; Vecchio, 1997b): e ciò, in considerazione delle devastazioni prodotte sui tanti microcosmi locali dai processi della modernizzazione.

Il fatto è che i “nostri paesaggi” sono “tra i peggiori paesaggi possibili se si considerano le disgiunzioni, gli scollamenti operati tra ieri e oggi, tra cultura ed economia, e perfino tra storia e geografia” (Turri, 1998); il fatto è che “si sta verificando un progressivo distacco tra l'identità dei luoghi e quella dei loro abitanti. L'identità locale, cioè dei luoghi, è sicuramente uno dei valori base per qualsiasi criterio di tutela del paesaggio: ne garantisce la diversità, la riconoscibilità, la segnalazione nel sistema di riferimenti spaziali dei suoi abitanti” (Castelnovi, 1998).

È difficile accogliere l’assunto che il paesaggio (in quanto territorio strutturato in unità spaziale “definito e determinato da caratteristiche, o per meglio dire da un sistema di rapporti che unificano queste caratteristiche e che sono dovuti […] a una solidarietà conferita da qualche forma di organizzazione umana, soprattutto politico sociale”) debba essere considerato solo come costruzione cosciente di società che abitano il territorio, che cioè sia tale solo “quando i suoi abitanti ne riconoscono la peculiare individualità e lo trasformano, conseguentemente, in modo costruttivo”, in altri termini quando ne esprimono una chiara e per così dire solidale “presa di coscienza intersoggettiva” (Gambi, 1986): perché, in questo modo, insorge il problema su cosa possa accadere “quando vengono meno quelle ‘genti vive’ che attraverso processi coscienti hanno costruito il loro paesaggio” (così come è avvenuto un po’ ovunque nel nostro Paese con la crisi o disgregazione delle società tradizionali per effetto della modernizzazione degli anni ’50/’60). Al di là del pericolo di una “ipostatizzazione di queste società”, coll’idea di “un ordine costitutivo del paesaggio come specchio di un’organizzazione sociale armoniosa e di una cultura in cui i valori d’uso predominano ancora su quelli di scambio”, si dovrebbe allora prendere coerentemente atto “della morte del paesaggio”, e quindi – se non prende forma con successo una riattualizzazione del “valore di società locale” e, insieme, se non perviene a maturazione nelle comunità locali una coscienza estetica generale sui valori dei loro paesaggi, atta a produrre intorno ai medesimi “un senso comune che fonda, o meglio, individua la comunità” – della sua inevitabile museificazione o rimessa “in circolazione nella cultura contemporanea per stupire e istruire, come sostiene da tempo Pier Luigi Cervellati”. Solo con tale atteggiamento di ordine estetico ed etico, infatti, “si può decidere di sospendere l’attività di trasformazione del paesaggio diretta da motivazioni economiche e dare spazio al tempo della contemplazione: ciò che significa che i valori della contemplazione dovrebbero guidare (almeno in parte) le attività pratiche che si svolgono nel, con il paesaggio” (Baldeschi, 1997).



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